Carcere, quando il volontariato è una vocazione. Incontri con i protagonisti

FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini  che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio  di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto  pregiudizi e  stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.

Rossella Favero: Da insegnante di lettere a volontaria e cooperante

Fu colpa di un’operazione burocratica se Rossella Favero, docente di lettere in una scuola per adulti a metà degli anni ’90, si ritrovò a insegnare nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Era il tempo della nascita dei  CTP – Centri Territoriali Permanenti, oggi CPIA, che permisero l’apertura di nuovi spazi e favorirono la nascita di un carcere ‘laboratorio’ culturale.
Vent’anni fa, dopo aver scelto di lasciare l’insegnamento, Rossella Favero, con altre donne già attive nel sociale, ha creato ‘Altra Città’, una cooperativa che occupa oggi da 30 a 35 persone detenute, all’interno del carcere, in attività di assemblaggio, e all’esterno, in archivi, biblioteche e in un laboratorio di legatoria e cartotecnica. Un successo dovuto anche a rapporti con altre realtà del terzo settore, che, dice lei, “ci ha insegnato a lavorare insieme, senza concorrenza, nel mercato del bene”

Rossella Favero, lei ha lavorato in carcere per 8 anni come insegnante, prima di avviare attività come il Centro documentazione e poi la Cooperativa Altra Città. Al tempo cosa la spinse a scegliere di avere detenuti come studenti?

A dire il vero non è stata una scelta. La mia cattedra di insegnante di lettere era, questo sì per scelta, in una scuola per adulti (le storiche ‘150 ore’, scuole per gli operai nel frattempo diventate scuole degli adulti-lavoratori: donne, giovani espulsi dalla scuola del mattino). A un certo punto, come semplice operazione burocratica dall’alto, i detenuti dei due istituti penitenziari di Padova divennero miei studenti. Insegnavo dentro e fuori. Non mi dispiacque, anzi fu l’inizio di un cambiamento importante nella mia vita.

Quanto è stata rilevante l’esperienza di insegnante per decidere di continuare a impegnarsi in altre attività all’interno del mondo penitenziario?

Molto rilevante, anche perché in quegli anni (1997) fu realizzata l’importante riforma dell’educazione degli adulti voluta dal ministro Luigi Berlinguer, che creò i CTP – Centri Territoriali Permanenti, gli antenati degli attuali CPIA – Centri Provinciali Istruzione Adulti: una grande rivoluzione che inglobava scuola media, scuola elementare, alfabetizzazione, ma con un grande respiro che metteva le persone poco scolarizzate al centro di una progettualità ampia e articolata, che dava un senso culturale nuovo all’educazione degli adulti. Usammo con entusiasmo e fantasia, in carcere, questi nuovi spazi che si aprivano. Alla fine degli anni Novanta in reclusione a Padova su impulso della nostra scuola nacquero: la biblioteca gestita come una vera biblioteca, Ristretti Orizzonti, la scuola diffusa anche ai protetti, gli incontri culturali, i corsi di informatica, i corsi di biblioteconomia, la scuola superiore. Fu un importante laboratorio, grazie anche alla favorevole congiunzione per cui in quegli anni fu direttore, aperto e vivace, Carmelo Cantone. Ricordo che il Ministero dell’Istruzione ci definì CTP d’eccellenza. Si aprì, grazie alla collaborazione con l’area educativa, anche la stagione dei permessi collegati alle attività scolastiche e culturali, anche per la presenza come Magistrato di Sorveglianza di un altro ‘illuminato’, Giovanni Maria Pavarin. A spingermi a licenziarmi dalla scuola (un salto nel buio un po’ incosciente, di cui non mi sono pentita) furono un evento e una serie di riflessioni maturate in quegli anni. L’evento: l’arrivo di una dirigente normalizzatrice che voleva riportare a soli corsi per la licenza media (praticamente) tutto quello che avevamo costruito, le riflessioni maturate. Avevamo individuato la possibilità di trasformare  le numerose competenze acquisite dai ragazzi: la documentazione, la biblioteca, l’informazione, l’archivio. Evento e riflessioni portarono a scegliere di lasciare la scuola e continuare a restare ‘dentro’ facendo nascere una nuova cooperativa sociale. Ciò avvenne nel 2004 dopo nove mesi  di aspettativa in cui lavorai per la neonata cooperativa ‘Il Cerchio’ di Venezia.

Erano gli anni ’90. So che ha conosciuto centinaia di detenuti. E’ cambiato qualcosa nel tipo di popolazione penitenziaria da allora a oggi?

“Non ci sono più i detenuti di una volta”,  è una frase che oggi ricorre, con una sorta di nostalgia sia tra gli operatori penitenziari (agenti ed educatori maturi), che tra i detenuti italiani di lunga data o recidivi; con ironia invece tra le persone del terzo settore attive in carcere da decenni. E’ una frase  rispetto alla quale devo lavorare su me stessa, perché mi irrita. Il carcere in questi decenni è cambiato perché sono aumentate in modo dirompente le persone in una situazione di forte disagio perché polidipendenti, povere, emarginate, straniere senza prospettiva alcuna di regolarizzazione. Non mi piace la metafora della discarica sociale, ma non ho dubbi sul fatto che il carcere sempre più sia costretto ad accogliere coloro che la società esclude, per cui la società non ha risposte, proposte, speranze.

Avendo lavorato come cooperante per vent’anni oggi leggo perplessa le proposte dei diversi convegni e i contenuti di innumerevoli protocolli sul lavoro di Dap e Prap (come se il problema fosse convincere le aziende ad assumere i detenuti, oggi che sul mercato del lavoro la forza lavoro scarseggia). E non si ascolta quello che da quasi un decennio dicono le cooperative sociali presenti in carcere: tra le persone detenute ormai aumentano continuamente coloro che non sono in grado di svolgere un lavoro ‘vero’, sia dentro, dove sono presenti cooperative sociali, come a Padova, sia fuori, dove comunque per la quasi totalità l’accompagnamento sociale è essenziale. Quindi il cuore del problema non è tanto, non è più, spesso, ‘trovare lavoro’ per i detenuti, ma attivare progetti nuovi di lavoro assistito (perché la dignità di avere un reddito è sacrosanta) per questa che sta diventando maggioranza di persone povere, emarginate, prive di speranza per il futuro. Di questo nessuno parla, e ci si stupisce dei suicidi, dell’aggressività che si accumula e poi esplode, del disagio oggettivo della vita in comune nelle sezioni di persone detenute con caratteristiche molto diverse. Oggi avverto con inquietudine crescere in carcere i razzismi tra i detenuti: degli italiani verso gli stranieri, degli albanesi verso i maghrebini, …

In tutti questi anni vi è stato un andirivieni tra leggi più aperte e più securitarie. Difficile adattarsi?

Per certi versi mi pare sempre di essere stata in lotta ‘contro’, contro le chiusure e i limiti del sistema penitenziario, contro l’uso talvolta strumentale del tema ‘sicurezza’, però con la sensazione lì dov’ero a Padova, in Casa di reclusione e al Circondariale, di fare continuamente dei passi avanti, di riuscire a ‘produrre cambiamento’. Mai come ora sento che le conquiste di decenni di lavoro insieme tra Terzo settore e Amministrazione penitenziaria a Padova, anche se faticoso e complesso, sono  preziose e devono essere tutelate.

Parliamo delle tappe della sua attività. Come e quando nasce la cooperativa AltraCittà?

Alla fine del 2004 nasce AltraCittà, cooperativa sociale di tipo B, fondata da 10 donne  con cui a titolo diverso avevo lavorato dentro in quegli anni, tra cui Marina Bolletti bibliotecaria, Rossella Favero di Ristretti Orizzonti. Ristretti, che in qualche modo avevamo fatto nascere, ci aiutò all’inizio dandoci una parte del Premio Tavazza vinto quell’anno. Non avevo competenze di tipo aziendale, me le sono fatte, con alcune delle donne con cui siamo partite, nel corso degli anni sul campo, con fatica ma anche con passione e imparando molto. Oggi la cooperativa si è sviluppata, ha dentro lavorazioni di assemblaggio, fuori è attiva in archivi e biblioteche (come nel suo dna), e ha un laboratorio di legatoria e cartotecnica. Cerchiamo anche di traghettare le persone detenute dal lavoro dentro al lavoro fuori, quando possibile. Diamo lavoro, secondo i periodi,  a da 35 a 30 persone detenute. Io sono in pensione da circa tre anni, e come volontaria sia della coop che del Granello di Senape/Ristretti mi occupo di progetti relativi alla biblioteca e alla redazione. Sto staccando, ma gradualmente e cercando di formare altre persone, giovani.

Come terzo settore che da’ lavoro anche a detenuti ‘in vista’ vi sentite attaccati da alcune campagne mediatiche che promuovono il “buttare la chiave”?

I giornali vivono anche di questo, mi è capitato di lavorare con detenuti ‘in vista’; è importante tenere sempre dritta la barra di navigazione: come insegna Ristretti, l’essere umano in carcere non è solo il suo reato, è anche altro. Se ci aggrediscono mediaticamente, questo diciamo, senza mai scordarci delle vittime e del loro dolore. Abbiamo nobili modelli per ragionare così, anche pubblicamente: Agnese Moro, Claudia Francardi, Lucia Annibali…

Quali le maggiori sfide vinte? 

Molte…io per natura sono ottimista, non mi sento affatto una missionaria, ma semplicemente una persona che crede che si possa lavorare per cambiare, in meglio, le cose della vita. Sfide vinte, magari passando attraverso momenti difficili e notti insonni: aver dato vita al CTP in carcere, aver fatto assieme ad altre nove donne  nascere AltraCittà, aver lasciato la responsabilità della coop a persone giovani e formate, aver visto tante persone detenute fare bei percorsi, aver contribuito a far nascere un coordinamento del Terzo settore attivo nella Reclusione di Padova che ci sta insegnando a lavorare insieme senza ‘concorrenza sul mercato del bene’, e poi le sfumature di alcune storie, alcuni incontri.

Dopo il termine della pena o dell’attività lavorativa è rimasta in contatto con qualche detenuto di cui oggi si può dire che si è reinserito ?

Cosa buona è non aspettarsi nulla, sapere che le cadute ci sono, accettarle, anche se fanno male…ma, a parte i numeri confortanti, il piacere viene dalla persona che hai traghettato dal dentro al fuori e poi a un’azienda ‘normale’, o che si ricorda di te sempre con affetto a Natale, da chi ti chiama dopo tanto per raccontarti le cose buone della sua vita, da chi ostinatamente la domenica ti manda una foto di alberi o fiori e una parola affettuosa…

Le puntate precedenti

29 giugno 2025 – Chiara Cacciani

16 giugno 2025 – Anna Protopapa

8 giugno 2025 – Michalis Traitsis

31 maggio 2025 – Daniela Ursino

25 maggio 2025 – Nicola Boscoletto