Carcere, quando il volontariato è una vocazione: incontri con i protagonisti

FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.

La bellezza in carcere: Luciana Delle Donne e la ‘Maison’ con le detenute

***

 Vite e tessuti tenuti insieme da un filo sottile; il recupero, in entrambi i casi, significa investire sul futuro. Luciana Delle Donne lascia la sua carriera in banca per dedicarsi alle donne detenute della casa circondariale di Lecce, non solo con il lavoro. “Il bello esiste e va ricercato ovunque”, è lo slogan del marchio “Made in Carcere”, da lei fondato nel 2007. A maggior ragione in un penitenziario: le donne lavorano e allenano la creatività, creando borse e gadget con tessuti che, altrimenti, andrebbero al macero. Per la sua attività nei penitenziari, Delle Donne viene premiata al Quirinale dal Presidente Sergio Mattarella, nel 2023.

Diciotto anni di attività in carcere: dove sente di essere arrivata?

Questa settimana appena trascorsa è un po’ un esempio di dove siamo arrivati. Mercoledì scorso abbiamo presentato un libro e riaperto la ‘Maison’ nel penitenziario femminile di Lecce, chiusa dal 25 luglio del 2024, purtroppo, a causa di un incendio.

Quali difficoltà ha incontrato?

La direzione e tutta la comunità penitenziaria sono stati fantastici in questi anni; siamo diventati una famiglia. Ma le difficoltà ci sono state. Durante il Covid, ovviamente, ci è stato impedito di lavorare, il che ha danneggiato molto l’attività. Poi con l’incendio dell’anno scorso siamo stati fermi un anno, con 10 persone che non potevano lavorare più dentro l’istituto. Ma ce l’abbiamo fatta a superare queste difficoltà, anche grazie all’aiuto prezioso dei privati.

Il libro che avete presentato si intitola ‘Sprigiona il valore!’, scritto con Micol Ferrara e edito da FrancoAngeli. Di cosa parla e qual è l’obiettivo?

C’è una parte scientifica, in cui abbiamo fatto uno studio di fattibilità sull’impatto che genera il lavoro in carcere. Una sezione è dedicata a quella “cassetta degli attrezzi” – valori, buone pratiche – che abbiamo cercato di trasferire e divulgare. E a proposito di valori, per me, per noi è importante evidenziare che alcuni sono poco misurati nell’attività lavorativa ‘fuori’, ma riemergono a un occhio attento quando si parla di lavoro in un penitenziario. Noi li abbiamo chiamati Bil, Benessere interno lordo, per contrapporli ironicamente al Pil, Prodotto interno lordo. Parlo di valori come la fiducia in sé stesse, il rispetto, il senso di appartenenza a un gruppo di lavoro, che è molto più facile vedere e misurare nella realtà di un istituto.

La sostenibilità è un po’ la cifra della sua Onlus che, con gli anni, è diventata un marchio.

Sì, la nostra filosofia ruota intorno all’attenzione per l’ambiente, tramite il recupero di tessuti e materiali che gli altri tendono a scartare. C’è tutto un segmento del tessile che lo stesso settore della moda distrugge: del resto, nella logica consumistica, l’idea è quella dell’usa e getta. Una volta c’era l’abitudine di riciclare i vestiti, di darli agli altri quando stavano troppo stretti o non ti piacevano più. Sono felice di ricordare questa buona pratica tramite quello che facciamo, e che il modello sia stato replicato altrove.

Cosa ha significato per lei lavorare con le donne detenute?

Si parla di persone fragili, ma più che fragili ‘scomode’, perché trovare la chiave del reinserimento è sempre una scommessa. Ho avuto l’occasione di approfondire la loro conoscenza. Noi non vogliamo conoscere i reati, ma è importante scambiarsi le informazioni, soprattutto da un punto di vista psicologico, tant’è che vorremmo inserire la figura di un ‘coach’ che le aiuti a ricostruire il proprio percorso, anche a livello emotivo e non solo lavorativo. Mi piace pensare che, finora, ci siamo attivati per recuperare e mettere, diciamo, i ‘cerotti’ sulle ferite sia delle persone, che dell’ambiente. Finora non le abbiamo mai contate, non ci interessa farlo, ma sono state coinvolte circa 500 donne nella creazione dei prodotti ‘Made in Carcere’. Abbiamo ridato loro una nuova consapevolezza, proprio attraverso la creatività e la bellezza; cose che non si trovano facilmente in carcere, un luogo che viene sempre visto come di punizione e basta.