Carcere, quando il volontariato è una vocazione: incontri con i protagonisti
3 Agosto 2025
Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.
Una redazione e un giornale in carcere: Ornella Favero e l’esperienza di Ristretti Orizzonti
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Ornella Favero ci racconta la sua storia dopo una riunione di redazione. Lei è la direttrice di Ristretti Orizzonti, la rivista pensata e scritta dai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova. Interprete di russo e giornalista, nel 1997 entra nel penitenziario veneto – dice – “in modo casuale”, tramite la sorella che insegna nell’istituto. Tiene una lezione per i detenuti sul mondo dell’informazione. I partecipanti le dicono: “non ci sentiamo rappresentati dall’immagine che i media danno di noi; perché non ci aiuti a creare qualcosa?”. Un anno dopo esce il primo numero dello storico bimestrale.
Ventisette anni di Ristretti Orizzonti; qual è il segreto di tanta longevità?
La continuità. Non credo nei progetti spot, quelli che durano il tempo di un finanziamento. Noi abbiamo sempre continuato a lavorare, anche nei momenti in cui non c’erano risorse. In un carcere la continuità è veramente una garanzia di qualità. È per lanciare il messaggio ‘noi ci siamo’, anche nei momenti di difficoltà. Questo conta tanto, perché vedere le persone ogni giorno e vederle due ore a settimana cambia. Solo con l’assiduità le conosci, e puoi fare un lavoro sulla crescita personale. Affrontare a viso aperto le difficoltà… Non a caso il simbolo di Ristretti Orizzonti è il tavolo dove facciamo le riunioni di redazione. Dove discutiamo ogni giorno, a volte ferocemente, di quello che succede.
Il periodico è molto curato, non è scontato.
Fin da subito ho voluto che fosse un prodotto di qualità, dal luogo più senza qualità come è un carcere. Non doveva essere il classico giornalino. Anche nei contenuti: discutiamo molto delle criticità del sistema, ma i “toni urlati” li evitiamo sempre; tolgono forza alle cose che vengono scritte. E poi, abbiamo spinto perché Ristretti non fosse un giornale di respiro ‘locale’, concentrato sui problemi quotidiani dei detenuti. Per fortuna è stato creato uno sportello di ascolto con dei volontari molto bravi, e questo ci ha permesso di non legare il giornale a ogni minimo problema interno, e di affrontare temi un po’ più generali, come la condizione carceraria nel nostro Paese.
Come nasce un giornale in carcere?
Da un punto di vista materiale facciamo tutto dentro: l’elaborazione dei contenuti e la scrittura. Un ex detenuto cura l’impaginazione e la grafica, attività che faceva anche mentre era recluso. Poi affidiamo la stampa a una tipografia esterna.
Com’è la vita di redazione?
Adesso abbiamo un ‘gruppone’ con più di 30 persone, e sono proprio fisse. Ci sono dei turni, perché qualcuno lavora e magari cerca di farsi dare un orario la mattina presto, all’alba, per venire a Ristretti; oppure viene nel pomeriggio. Poi ci troviamo sempre alle riunioni di redazione: dall’una alle tre e mezza, tutti i giorni tranne il sabato. Tra l’altro, stiamo facendo un percorso di formazione particolare: una parte già terminata sulla mediazione, e adesso una seconda parte con un autore di podcast; quindi, cerchiamo sempre anche di fare in modo che le persone crescano in questa attività.
Fate anche altri progetti per i detenuti?
Sì, che poi sono quelli che segnano il loro percorso, al di là di essere degli indubbi spunti di scrittura. Quest’anno abbiamo fatto 40 incontri, ciascuno con un paio di classi delle scuole, e anche fuori, con detenuti in permesso. Questo progetto è fantastico, perché loro stessi mi dicono ‘quando parlo con gli studenti, e gli racconto la mia vita e in cosa sono scivolato… penso di avere di fronte mio figlio’. E poi il percorso con le vittime, per esempio del terrorismo o nell’ambito dei reati contro le donne. Abbiamo portato in redazione Agnese Moro, Lucia Annibali, Gino Cecchettin. Incontri sicuramente segnanti.
Ha trovato delle difficoltà nel realizzare questo progetto?
No, perché abbiamo avuto la fortuna di lavorare con un direttore, Carmelo Cantone, che io ritengo illuminato. Ora è in pensione ed è stato anche vicecapo del Dap. Nei primi anni di vita della redazione lo abbiamo intervistato, e ci disse “io sono il direttore del carcere, non del giornale; siete voi che dovete gestirlo in modo intelligente, aperto”. Con lui, e finora, abbiamo sempre lavorato con la fortuna di non dover combattere per quelle cose che spesso non sono così apprezzate in carcere, come fare informazione. Abbiamo avuto ampia apertura, e questo ha influenzato in modo positivo la crescita di Ristretti. Non abbiamo avuto quelle difficoltà che hanno alcune esperienze editoriali nei penitenziari. Per esempio, come Coordinamento dei giornali del carcere, siamo alle prese con il fatto che in alcuni istituti non autorizzano le persone detenute a firmare con nome e cognome, se loro vogliono farlo; oppure una lettura preventiva degli articoli. Noi non abbiamo mai avuto problemi di censura o di pre-lettura. Questo perché la testata Ristretti Orizzonti è stata subito registrata in tribunale. Abbiamo piuttosto avuto problemi di autocensura.
In che senso?
Soprattutto all’inizio ricevevo questi pezzi da correggere con mezza pagina di ringraziamenti, alla direzione, agli educatori, ai magistrati. E quindi ho deciso di abolire i ringraziamenti (ride n.d.r.), perché è una cosa insopportabile. È vero che si tratta di persone che stanno compiendo una sorta di ‘scalata’ verso la libertà; quindi alcuni detenuti, com’è ovvio, hanno un occhio di riguardo per chi può contribuire a darla. Ma abbiamo sempre cercato di evitare un atteggiamento subalterno.
E chi esce dal carcere…? Resta in qualche modo legato a Ristretti?
C’è una colonna portante della redazione, Elton Kalica, che è quello che ancora oggi cura l’impaginazione e la grafica del giornale. Si è laureato in sociologia in carcere, poi è uscito. Ora è un ricercatore e scrive tantissimo, ha sempre scritto per la rivista. Ma ci sono altre persone che hanno finito di scontare la pena e che lavorano in altri campi, che sono rimaste legate all’esperienza di Ristretti in vario modo.
Se si crea un legame, l’approccio pare funzionare.
Pare di sì. Del resto, la rieducazione dev’essere un percorso che riguarda anche noi: esterni, volontari, operatori, perché non si cambia da soli, e non è che devono cambiare solo le persone detenute. Io stessa ho cambiato moltissimo il mio approccio alle persone, la mia capacità di ascolto, grazie a questo progetto. Rieducazione è anche mettersi in gioco tutti, non è dire al detenuto “ti rieduco io”. L’obbedienza è spesso considerata una virtù in ambito carcerario; non è affatto così.
