Carcere, quando il volontariato è una vocazione: incontro con i protagonisti
13 Luglio 2025
Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.
Giorgio Flamini, regista dei “Senza Nome” al Festival dei Due Mondi: “dove inizia una scena può finire una condanna”
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Giorgio Flamini ogni anno, per quasi tutto l’anno, sta chiuso nel carcere di Spoleto. È impegnato, con la figlia Anna e la moglie Pina, nelle prove della compagnia di detenuti-attori SIne NOmine. Regista, nasce come architetto, poi diventa insegnante. Nelle sue metamorfosi, l’orizzonte spaziale costante è, da 28 anni, la casa di reclusione umbra. È il 2012 quando la compagnia che conduce debutta al prestigioso Festival dei Due Mondi di Spoleto; da allora, SIne NOmine è fissa nel cartellone, sezione prosa.
Riavvolgiamo il nastro: quando e come ha iniziato la sua esperienza nel carcere di Spoleto?
Frequento il penitenziario dallo scorso secolo (ride, n.d.r.). Nel 1997 inizio a tenere dei corsi di formazione professionale, di scenografia e di ceramica. Poi vinco il concorso da insegnante, in disegno e storia dell’arte, prima, in scenografia, poi. Per prima cosa, chiedo di essere spostato nella scuola carceraria. Nel 1999 parte il corso di scenografia teatrale all’interno della casa di reclusione.
Come nasce la collaborazione col Festival dei Due Mondi?
Nel 1982, la compagnia Teatro gruppo, che proveniva da Rebibbia, per la prima volta esce dal penitenziario e si esibisce al Festival di Spoleto, nella Rocca Albornoz, il vecchio carcere della città che oggi è il Museo nazionale del Ducato. In contemporanea, era in atto il trasferimento nel nuovo carcere, a Maiano. I detenuti, sotto la regia di Marco Gagliardo, portano in scena ‘Sorveglianza speciale’ di Jean Genet, un ex ‘galeotto’ francese. Siamo nel luglio del 1982 quando avviene questa cosa incredibile, cioè che un gruppo di detenuti va in scena in un carcere che sta per essere dismesso – dentro ci sono ancora un presidio di Polizia Penitenziaria e i semiliberi. Nel 2012, a trent’anni da quell’evento, ho proposto un lavoro simile per il Festival dei Due Mondi, ed é stato un grande successo. Lo abbiamo fatto nella palestra dell’istituto, con più rappresentazioni. Gruppi di pubblico di un centinaio di persone sono entrati per una settimana all’interno del carcere; ha funzionato veramente molto bene. Da allora, trascurando il periodo Covid, abbiamo sempre avuto uno spettacolo all’interno del Festival.

Questo legame a doppio filo con un Festival non si trova in altre esperienze italiane di teatro in carcere.
Sì, è un’assoluta novità. Tra l’altro con un palcoscenico tra i più importanti anche a livello internazionale, perché ha ormai una tradizione. Nasce nel ’58, subito dopo la guerra fredda. È un evento che ha sperimentato di tutto, ma soprattutto ha portato per primo il teatro in carcere, con l’evento diretto da Marco Gagliardo nell’82. Pian piano siamo anche diventati credibili: nei primi anni eravamo presentati come “evento speciale”, poi siamo cresciuti. Ora siamo riconosciuti, con un posto nella sezione Prosa. Per l’ultima edizione, durante la conferenza stampa di presentazione a Roma, al ministero della Cultura, la direttrice artistica del Festival, Monique Veaute, ha proprio detto: “questi sono dei professionisti”.
Una curiosità: perché la compagnia si chiama SIne NOmine?
In alta sicurezza dobbiamo chiedere l’autorizzazione al ministero della Giustizia e alla direzione del carcere per inserire i nomi degli attori nel cartellone. Per alcuni anni ho avuto la possibilità di metterli: inutile dire che, per un attore, è molto importante il diritto al nome. Quest’anno, per esempio, non è stato possibile. Nel chiedere le autorizzazioni non ci dilunghiamo a spiegare l’opportunità di inserire i nominativi: così ci viene detto “Sì”, “No”, e per assonanza con queste risposte sbrigative, abbiamo deciso di chiamarci “SIne NOmine”. Poi questi detenuti sono stati ‘pubblicizzati’, alcuni sono notissimi, ma sono considerati degli scarti quando entrano in carcere; finché non ne escono non se ne parla e quando vengono liberati se ne riparla, ma solo per sparlarne. Ecco perché la compagnia si chiama, provocatoriamente, “Senza nome”.
Com’è andata quest’anno?
Direi bene. Abbiamo fatto due spettacoli per il Festival dei Due Mondi, il 2 e il 3 luglio; 500 persone per sera, più il pubblico detenuto, quindi siamo arrivati a 1.300 persone. I performer che sono saliti sul palco sono stati una sessantina. Hanno lavorato per lo spettacolo 100 detenuti, e una trentina di agenti. Praticamente è tutto Maiano (il carcere n.d.r.) che diventa teatro; è stata un’operazione colossale.
Ogni anno, insomma, lo sforzo è corale. Ci sono state delle difficoltà?
Io lavoro anche con i detenuti della media sicurezza ma, per esempio, quest’anno non c’è stata l’unione dei circuiti. Quindi, visto che a Spoleto ci sono più detenuti in alta sicurezza, ho dovuto trascurare anche dei componenti storici della compagnia e concentrarmi completamente su questo circuito. Sul piano della fattibilità abbiamo avuto delle grandi difficoltà. Venti giorni fa ho avuto la risposta che potevo andare in scena, perché c’era un problema di organico di polizia penitenziaria. In questi giorni ho visto gli agenti fare doppi, tripli turni; gli sono molto riconoscente, sono veramente straordinari. Anche per loro è importante aprire il carcere e avere un rapporto col territorio, e c’è stata veramente una vicinanza notevole.
Il tratto distintivo dei vostri spettacoli è la scena che cambia e si adatta.
Sì, lo spettacolo viene fatto all’aperto, perché nella casa di reclusione non è stato previsto un teatro. Dovrebbe essere costruito, ogni tanto c’è un progetto su Maiano, ma ancora noi non abbiamo un teatro dentro il carcere. Proprio per consentire alla città di ‘entrare’ e vedere lo spettacolo, nel 2014 facemmo il grande progetto nel campo sportivo del penitenziario. Ci abbiamo costruito un palcoscenico, che muta in alcune circostanze per esigenze sceniche. Può stare sul lato corto, sul lato lungo, al centro col pubblico intorno, oppure come quest’anno, dove come scena c’è la stessa struttura carceraria, quindi il pubblico vede le celle.

Lo spettacolo che avete messo in scena quest’anno è “Senza titolo-Manifesto per un carcere futurista”. Il testo è un articolato, una serie di ‘principi’, scritti dai detenuti, tra cui l’articolo 18 sul teatro in carcere, definito un ‘detonatore’. Può spiegare questa scelta artistica?
Si parte, ovviamente, dalla poetica del futurismo e la si trasforma non in un grido di guerra, ma anzi di concertazione. Si dice, per esempio, che la giustizia forse può essere anche bella, e che il detenuto può cambiare attraverso la sua crescita interiore; o che anche il carcere potrebbe diventare luogo di bellezza. Questa è, più o meno, la sintesi di uno spettacolo estremamente complesso. Viene portato in scena l’articolo 18, che riguarda il teatro in carcere, ed è quello che, scritto su dei volantini, viene distribuito al pubblico: è molto coinvolgente. Quest’anno lo spettacolo, oltre che celebrare i 50 anni della legge di Ordinamento penitenziario, era dedicato a Sergio Lenci. L’architetto che il 2 maggio del 1980 subì un attentato terroristico, ‘colpevole’ di aver progettato un carcere rispettoso dei diritti umani. Sono venuti anche i figli, Roberto e Ruggero.
Com’è nato il testo?
Sono gli attori-detenuti a scriverlo; ma quest’anno è stato scritto, per una buona metà, da un detenuto ergastolano, che nel cartellone, proprio per la storia delle autorizzazioni sui nomi, ha voluto chiamarsi “Il Rinnegato” (ride, n.d.r.). Da 32 anni è in carcere, ha 4 master, di cui uno in drammaturgia. È una persona che si è davvero ricostruita, e ormai l’arte è diventata la sua vita. È proprio questa passione di alcuni detenuti che mi fa dire che il teatro non è solo intrattenimento: è fatica, è una messa a nudo, ma anche verità. Ci si espone, ma ci si espone al vero, e chi li guarda in qualche maniera stabilisce con loro un dialogo, perché anche le persone che entrano all’interno del carcere o che li vedono, poi hanno un loro cambiamento.
Che differenza vede tra una compagnia “libera” e una compagnia “detenuta”?
Secondo me è difficile avere fuori una dimensione artistica equiparabile a quella che c’è in un carcere. I detenuti avranno una dizione sballata, perché parlano il loro dialetto; bisogna aggiustare le doppie, la pronuncia. Ma quando lavori all’esterno, non puoi dire di avere una compagnia. Gli attori si incontrano per appuntamenti. Noi, invece, per un periodo molto lungo dell’anno, viviamo con i detenuti, e creiamo insieme ai detenuti. C’è un’espressione di verità del teatro che è molto importante: il processo di catarsi, che può avere anche un attore all’esterno, il pubblico all’esterno, rispetto a quello che può avvenire all’interno di un carcere, è davvero completamente diverso. Poi ci sono delle esperienze straordinarie: la compagnia della Fortezza di Punzo a Volterra, il Teatro libero di Rebibbia di Cavalli, la compagnia di Gorgona di Pedullà. Esperienze che, in alcune circostanze, superano i progetti di teatro ‘extra moenia’. Lo dico a ragion veduta, perché ne vedo davvero tanti, di spettacoli teatrali.

E tra i detenuti in media sicurezza e in alta sicurezza? Visto che lei lavora con entrambi.
La dimensione dell’alta sicurezza è, diciamo così, “intellettualmente” migliore; molto spesso i detenuti sono laureati, o comunque studiano e si laureano in carcere. Il problema della media sicurezza è la grande concentrazione straniera che, in alcune circostanze, soprattutto per problemi linguistici, diventa difficile da gestire. Poi in media si trovano molti più detenuti con delle fragilità psicologiche, con dipendenze. La dimensione dell’alta sicurezza, secondo me, va più verso la ricostruzione e il lavoro, soprattutto quando hai persone che hanno fatto tantissimi anni di carcere. Conosco un detenuto che ho trovato lì quando sono arrivato, nel ’97. Praticamente ci siamo contati le rughe, i capelli bianchi, siamo invecchiati insieme.
Che senso ha per lei il teatro in carcere?
Le criticità dei penitenziari sono sotto gli occhi di tutti: il sovraffollamento, la sorveglianza ridotta, eccetera. Facilmente possono diventare delle polveriere. Avere programmi strutturati come il nostro, di teatro in carcere, in qualche maniera tutela anche chi lavora nell’istituto. Il rapporto stabile e continuativo col mondo esterno, con l’arte e con la cultura, con il teatro, ovviamente con la scuola, alleggerisce, ma soprattutto cambia le persone. È a quel punto che il carcere diventa comunità. Poi il teatro, la scuola, la cultura in generale, devono essere al centro dell’esecuzione penale, perché molto spesso quello che è stato il reato può essere in qualche maniera rivisto, rivalutato, ma anche condannato da sé stessi, quando si danno gli strumenti per capire quello che si è fatto. Ci sono tante possibilità di cambiamento per i detenuti, e la cultura cambia. Come diciamo a un certo punto del nostro spettacolo andato in scena quest’anno, “dove inizia una scena può finire una condanna”.
Un suo desiderio…? Qualcosa che non ha ancora realizzato
Far conoscere l’odore del palcoscenico vero ai detenuti. Mi auguro che questo piano piano si riesca ad ottenere. Alcuni miei colleghi lo fanno già, ma mi rammarico che questo spettacolo l’abbiano visto solo le persone che sono riuscite a entrare e che non possa girare per l’Italia.
Articolo 18 del Manifesto per un carcere futurista
“Il teatro è un’esplosione! Il teatro in carcere non è intrattenimento, è detonatore. Fa saltare le sbarre simboliche, scardina i ruoli fissi, apre crepe nei muri del giudizio e del pregiudizio. È un atto di verità che smonta la finzione della pena come fine. Sul palco, il detenuto non finge, si espone. Il teatro non cura, ma rivela; non salva, ma trasforma. Ogni prova è un rischio, ogni replica un’esistenza che si mette in discussione. La scena diventa il solo luogo dove un uomo può essere interamente sé stesso o altri, senza paura, senza numero, senza etichetta, dove le sue emozioni tornano ad essere. Fare teatro in carcere è atto politico, gesto umano, urgenza civile. È un patto tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi guarda e chi si fa vedere. È la prova vivente che la bellezza resiste anche dove tutto sembra spento. Per questo: non togliete il teatro alle carceri. Portiamolo ovunque. Facciamolo crescere, contaminate la giustizia con l’arte. Perché là dove nasce una scena, può finire una condanna”.