Carceri, quando il volontariato è una vocazione: incontri con i protagonisti

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Ogni sabato incontriamo persone rilevanti del terzo settore, donne e uomini che hanno creato lavoro e formazione per i detenuti, promosso la cultura come esercizio di libertà, sfidato ostacoli burocratici, combattuto pregiudizi e stereotipi. Tra passato e presente, attraverso queste figure, è possibile riscrivere la storia del mondo penitenziario dalla Riforma Gozzini a oggi.

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Dalle mamme e i bimbi di Rebibbia ai ragazzi di Regina Coeli. “A Roma, Insieme”, l’associazione fondata da Leda Colombini

Trent’anni fa, all’ingresso del carcere di Rebibbia, si poteva vedere una donna portare per mano dei bambini. Erano figli di madri detenute che uscivano dal penitenziario per il “Sabato di libertà”. Quella donna era Leda Colombini. Storica bracciante agricola e sindacalista, deputata, poi assessora regionale ai servizi sociali del Lazio, nel 1991 fonda “A Roma, Insieme”. Nel 1994, Leda Colombini inizia la sua attività in carcere, soprattutto con le donne detenute e i loro figli. Da lì in poi, volontarie e volontari dell’associazione si dedicano a questa piccola parte del mondo carcerario. Anche oggi, che a Rebibbia ci sono 4 bambini al seguito delle loro mamme; 21 in tutta Italia. Grazia Piletti, vicepresidente di “A Roma, Insieme”, lavora in carcere da 13 anni. Laureata in letteratura inglese, prima lavora in un’azienda petrolifera come segretaria di direzione; poi cambia vita e apre un negozio di abbigliamento per bambini.

Come nasce la voglia di fare la volontaria in carcere?

Per caso: stavo a una cena e ho sentito una persona parlare della sua esperienza. Così sono entrata a Rebibbia. Allora si facevano le uscite con i volontari il sabato – i famosi “Sabati di libertà” -, quando il penitenziario era ancora pieno di bambini con le loro mamme. Leda Colombini si occupava anche dei bambini disabili; a un certo punto il suo occhio è andato lì, sulle carceri e sulla “sezione nido”. Da lì, pian piano, si è sviluppata l’attività dell’associazione.

E adesso?

Adesso per fortuna i bambini sono tutti di passaggio e quasi tutti sotto l’anno di vita. Questo grazie anche alla direttrice e al magistrato che autorizza le detenute con figli a scontare la pena in misura alternativa. E comunque c’è sempre la “Casa di Leda”, una casa-famiglia dove le donne vengono accolte. Ma ci sono sempre due volontarie che tutti i sabati pomeriggio vanno a Rebibbia e fanno attività con le mamme e i bambini. Ci vanno comunque, anche se sono pochi, e anche se ne rimanesse uno solo.

“A Roma, Insieme” opera anche a Regina Coeli. Progetti per quest’anno?

A breve ci sarà una riunione con la direttrice. Vorremmo proseguire con i corsi di alfabetizzazione digitale e di fumetto, che hanno avuto una buona risposta. Devo dire che con il corso di informatica non pensavamo di arrivare a risultati così positivi. Alla fine, i detenuti sono riusciti a creare dei siti, il tutto in sei mesi e senza neanche avere internet. Non si può esprimere la soddisfazione di quando gli abbiamo consegnato il diploma. E spero che, come mi ha detto il professore che ha tenuto il corso, uno di loro – un ragazzo, che sta anche per uscire – trovi un lavoro, dopo aver concluso lo stage.

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Con la sua associazione ha fatto attività sia con detenute che con detenuti. Nota qualche differenza tra i due sessi?

Con gli uomini l’attività mi sembra tutto sommato più semplice. Noi donne siamo “multitasking” anche in un carcere, quindi il pensiero delle detenute, le loro preoccupazioni, sono rivolte alla famiglia: i figli, il marito, come procede a casa. Gli uomini sembrano più concentrati su sé stessi, e quindi banalmente si applicano di più nelle attività che gli proponi. Molto spesso, il problema per gli uomini è il “dopo”.

Cioè?

I detenuti a volte mi chiedono di cercare un posto dove andare: banalmente per poter fruire di un permesso premio, ma anche per il “dopo”, appunto. Spesso quando escono dal carcere non vengono riaccolti in famiglia, ma avrebbero bisogno di un domicilio per poter lavorare e, in generale, per poter ricostruire una vita. Purtroppo, sono pochissime le strutture per ex detenuti, per esempio quelle del Pid (Pronto intervento disagio Onlus, n.d.r.). E poi la maggior parte di queste comunità sono occupate da donne. Ovvio, si pensa alle persone più fragili, ma anche gli uomini sono fragili. Non gli si dà la possibilità di ricominciare, e spesso è così che si cade nella recidiva.

In questi 13 anni di attività, ha notato dei cambiamenti?

Ci sono più persone detenute e, soprattutto a Regina Coeli, c’è poco personale. Un esempio? Noi entriamo perché abbiamo un progetto alle 15, e magari cominciamo alle 15.30 perché un agente che deve portare i detenuti deve fare anche altro. Poi gli educatori: 7,8 sono pochi, a fronte di un migliaio di detenuti. Quindi seconde me bisogna sicuramente aumentare il personale.

E la percezione sul carcere?

Io mi sono avvicinata ai penitenziari perché mi sono detta “vediamo un po’ meglio questo carcere che cos’è, chi ci sta, come funziona, chi ci vive, cosa si può fare per loro”. Secondo me, il carcere è il posto su cui si investe di meno, ma proprio anche a livello di volontariato. È duro a morire lo stigma del chiudere dentro i detenuti e ‘buttare le chiavi’, è questo che ti senti dire spesso. Non è un caso che si tenda a fare le carceri fuori dalla città.

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