Carceri, quando restare dentro è un atto di libertà

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Amir avrebbe potuto lasciare il carcere e lavorare per uno stipendio iniziale di 1600 euro alle dipendenze di una prestigiosa impresa specializzata nel restauro di edifici storici. Invece ha preferito restare in carcere per poter concludere, insieme ai suoi compagni, i lavori della nuova caserma agenti.

Nell’istituto veneziano di Santa Maria Maggiore, Amir (nome di fantasia, come gli altri che seguiranno) non è, però, l’unico ad avere fatto una scelta controcorrente. Anche Giulio, 27 anni, impegnato in un percorso di formazione archivistica, avrebbe potuto accedere a un impiego ma ha voluto rimandare per concludere il tirocinio interno.

In realtà esiste una casistica ricca e variegata di detenuti che si rifiutano di uscire a fine pena. Ma si tratta di casi di scuola per descrivere i rischi legati all’istituzionalizzazione, o di anziani, psichiatrici, senza fissa dimora. Persone per le quali il carcere sembra rappresentare la migliore opportunità possibile. Come l’ergastolano Rocco che, pur potendo avere la liberazione condizionale, preferì continuare a lavorare in carcere fino alla pensione. O come il detenuto che si faceva arrestare periodicamente per poter lavorare a San Vittore e poi spendere i soldi in Marocco, che ispirò il personaggio di Sachid nel “Ritorno di Vasco e altri racconti” di Davide Pinardi.

“Nei casi di Amir e Giulio non si tratta di scelte dettate dalla paura o dall’incertezza, potevano uscire grazie a concrete offerte di lavoro. Non è un rifiuto della vita fuori, ma un investimento su se stessi, sulla possibilità di uscire con competenze, esperienza e un’identità nuova” spiega il direttore della casa circondariale, Enrico Farina. “Amir ha voluto portare a termine il lavoro iniziato con la direzione del carcere” aggiunge Farina. Insieme ad altri detenuti, sta contribuendo al recupero di una struttura che ospiterà 44 posti per gli agenti della Polizia Penitenziaria.

Il progetto, spiega ancora il direttore, “ha coinvolto tutti perché avviarlo in economia ha rappresentato una sfida. Ci siamo riusciti e questo ha galvanizzato i componenti di tutta la squadra. Amir sente che il suo contributo di saldatore esperto è importante, ha un ruolo attivo, una responsabilità reale. Giulio invece è consapevole che la formazione e l’esperienza acquisita al termine del corso interno potranno garantirgli una posizione lavorativa più solida in futuro”.

In realtà questi detenuti, come altri dell’Istituto, sanno che con ogni probabilità quando saranno pronti per la libertà troveranno ad attenderli altre opportunità. Infatti, le offerte di lavoro per i detenuti da parte di realtà imprenditoriali del territorio superano il numero di coloro che sono attualmente formati che hanno tutti i requisiti per accoglierle.

Dunque qualcosa sta cambiando nel modello, a lungo dominante nel mondo penitenziario, basato sugli automatismi? Quello in cui non appena il detenuto maturava i requisiti per uscire dal carcere coglieva anche l’offerta lavorativa più improbabile?

“ Le tante opportunità presenti qui a Venezia sono il frutto di un lavoro strutturato e continuo”, risponde Farina, uno dei nuovi direttori entrati in servizio poco più di un anno fa. “Un anno dedicato in gran parte ad  avviare numerosi protocolli volti all’inserimento lavorativo, con una particolare attenzione alla formazione professionale”.

I detenuti sono attualmente impegnati nei settori di carpenteria e edilizia, archivistica digitale, pelletteria e serigrafia, lavoro esterno in convenzione con enti e aziende, settore alberghiero e ristorazione grazie a convenzioni con esercenti locali.

“A prima vista queste scelte di rinviare l’uscita possono sembrare inspiegabili – conclude Farina  Ma ciò che le accomuna è un aspetto fondamentale: la libertà non è solo uno stato fisico, ma una condizione interiore. Per questi detenuti, il senso di appartenenza a un progetto, il riconoscimento delle proprie capacità e la possibilità di contribuire a qualcosa di concreto valgono più di una libertà anticipata ma priva di una base solida su cui costruire il futuro. Quando un detenuto sceglie di rimandare la sua uscita per portare a termine il proprio percorso, significa che il sistema sta funzionando. Perché la vera libertà non è solo uscire dal carcere, ma uscire pronti per non tornarci più”.