“Cesare deve morire” 13 anni dopo, da Rebibbia al cuore di Roma
17 Marzo 2025
Gli attori di Rebibbia sul luogo del delitto, dove non erano ancora mai stati. La tradizione vuole che Giulio Cesare sia stato accoltellato nella Curia di Pompeo, dove oggi sorge l’area sacra di largo Argentina. Ed è qui che, sabato pomeriggio, è andato in scena “Cesare ‘addamurì”.
Quindici pagine di copione. Sono alcuni estratti del film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale 2012. I compianti registi resero famosa la compagnia teatrale di Rebibbia, sotto la regia di Fabio Cavalli, impegnata nella messinscena del “Giulio Cesare” di Shakespeare dentro il penitenziario.

Alcuni di loro sono tornati a vestire quegli stessi panni, come Giovanni Arcuri nel ruolo di Cesare, Juan Dario Bonetti nel ruolo di Marco Antonio, Ottaviano interpretato da Maurilio Giuffreda e Metello da Leonardo Ligorio. Dal teatro al cinema e, di nuovo, al teatro.
“Sono passati 12 anni, sono liberi, sono degli artisti – ha detto il regista Cavalli presentando lo spettacolo -; grazie, perché dimostrate che si può cambiare vita attraverso l’arte”.
Di fronte al pubblico assiepato alle recinzioni dell’area archeologica, gli attori hanno interpretato gli episodi che li hanno resi celebri. Dalla scena in cui un indovino cerca di mettere in guardia Cesare della congiura ai suoi danni; all’incontro notturno tra il condottiero e Cicerone; fino al “cattivo demone” di Cesare che fa visita a Bruto.

“Io song’ nato libero comm’ a tte, comm’ a tutti vuje, e nun vuliss’ essere schiavo e nu rre!”, esclama Cassio a Bruto, giustificando così il tradimento del “pater patriae”. Il dialetto restituisce tutto il dramma della tragedia. Un lavoro corale, per ammissione dello stesso regista: “quello che ho fatto insieme a loro è stato tradurre in siciliano, calabrese e napoletano le parole altissime di Shakespeare”.
Ma cos’è cambiato da “Cesare deve morire” a oggi? “La location prima era abbastanza ristretta”, ha detto scherzando l’attore Giovanni Arcuri. “Poi l’emozione è diversa; l’ultima volta l’ho fatto a Rebibbia insieme agli altri miei amici e compagni; ho continuato a fare teatro per conto mio e sono volentieri qui, oggi. È stata un’esperienza bellissima”.

Tanta l’emozione nella compagnia teatrale, anche e soprattutto per l’inedito spazio. “È angusto per noi che veniamo dal carcere – ha commentato l’attore Giacomo Silvano, inteprete di Cassio –, e cerchiamo sempre di ordinare il personaggio sullo spazio che abbiamo a disposizione. Stare qui, dove migliaia di anni fa è accaduto quello che noi abbiamo messo in scena migliaia di anni dopo, con questa inaspettata arena di pubblico – ha proseguito – mi ha dato una carica di emozioni; era come il primo giorno di scuola”.
Per l’occasione, anche la politica ci ha messo la faccia – anzi, la maschera. “Il teatro in carcere, come le altre attività creative e d’arte, possono riscattare i detenuti e farle diventare persone nuove, liberarle nel senso più proprio”, ha commentato a margine Federico Mollicone. In “Cesare ‘Addamurì” ha vestito i panni di Cicerone ed è da anni impegnato nella promozione delle attività teatrali nei penitenziari.
Raffaele Bruno, deputato del Movimento 5 Stelle, nella rappresentazione ha interpretato il matto indovino ed è l’autore dell’emendamento approvato dal governo per stanziare 500mila euro all’anno per tre anni nelle attività teatrali in carcere. “Abbiamo vissuto un momento potente – ha sottolineato -; questi attori, attraverso le parole di Shakespeare, incarnano la trasformazione, e a noi fanno vedere infinite possibilità”.