Charlotte e Anna, le Fiamme Azzurre per uno sport senza barriere
25 Marzo 2019
Forse era destino che proprio le Fiamme Azzurre, espressione di quella Polizia Penitenziaria che ha tra i propri compiti istituzionali anche quello della custodia dei detenuti, dovessero abbattere le ultime barriere dello sport. Correva il 2007 e lo Sport Paralimpico, per bocca del presidente Luca Pancalli, aveva lanciato il suo “grido di dolore” in vista del difficile impegno delle Paralimpiadi di Pechino 2008: i primi – e per allora, gli unici – a rispondere all’appello erano stati proprio i vertici dell’Amministrazione Penitenziaria e il suo Gruppo Sportivo, che fece il debutto paralimpico l’anno successivo proprio in Cina conquistando tre medaglie, un oro su strada e due bronzi in pista, con il ciclista Fabio Triboli. Con le Fiamme Azzurre in funzione di apripista si è aperto poi un mondo, che ha richiamato l’impegno degli altri sodalizi delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia: e ora lo zoccolo duro del paralimpismo azzurro ricalca quello dei cosiddetti normodotati, con la mano pubblica a sostenere i sacrifici dei nostri atleti in quasi tutte le discipline.
Il ruolo pionieristico delle Fiamme Azzurre resta, nella storia come nel presente, e anche nell’ultimo fine settimana ne abbiamo avuta la riprova: sei atleti presenti ai Campionati indoor e di lanci invernali ad Ancona e otto titoli conquistati, con Oney Tapia (F11, disco e peso: dove l’italo-cubano, già trionfatore di “Ballando con le Stelle”, ha stabilito la miglior misura mondiale), Arjola Dedaj (T11, 60m e lungo, al rientro della maternità: il neo-papà Emanuele Di Marino è stato argento nei T44, 60 metri), Marco Cicchetti (T44, lungo, 60 e 200 metri, qui con il record italiano), Niccolò Pirosu (T12, lungo e 200) e Mattia Cardia (T13, 60 e 200 metri). Assente, per gli impegni istituzionali, un’altra azzurra di Rio 2016 Giusy Versace.
Ma, come detto, nello sport non esistono limiti: e così la nostra Charlotte Bonin, già due volte inserita nelle spedizioni olimpiche del triathlon (Pechino 2008 e Rio 2016) e ormai lanciata verso un futuro da “Ironwoman”, nelle ultime settimane ha scoperto di avere una nuova chance a cinque cerchi per Tokyo 2020. Tutto merito di una ragazza calabrese, Anna Barbaro, quasi coetanea (34 anni per lei, 32 per “Charli”) e non vedente, che l’ha voluta come “guida” per accompagnarla nel suo sogno olimpico: il primo incontro un mese fa, nel raduno federale di Peschiera del Garda.
“E’ stata un’esperienza straordinaria – riconosce la fiamma azzurra – e non solo per l’aspetto sportivo: attraverso Anna ora vedo la vita in un modo diverso”. Una carica incredibile, per un’atleta che aveva già vinto molto nel suo sport e nell’immediato cercava nuovi stimoli: “La prima cosa che mi ha detto è che ero il suo modello, quando aveva cominciato a fare triathlon tre anni fa: non pensavo di poter essere così importante per un’altra persona”. In realtà a restare stupita delle qualità della nuova compagna è stata proprio Charli: “Nel centro federale è stata lei a guidarmi alla scoperta dell’impianto e mi è venuto il dubbio che ci vedesse, tanto camminava sicura”. Anna è diventata cieca a 25 anni, un virus sconosciuto le ha spento gli occhi, ma col tempo lo sport ha illuminato la sua ‘seconda vita’ e la reggina ha già in bacheca il bronzo degli Europei in Estonia: da non vedente gareggia senza problemi con gli ipovedenti e l’unico vantaggio che ha – per modo di dire – sono i quattro minuti di “handicap” favorevole nei confronti degli altri. Per il resto le distanze sono quelle della normale distanza sprint: 750 metri di nuoto, 20 chilometri in bici e 5 chilometri di corsa. In acqua e a piedi c’è una cordicella a tenere unite Anna e Charli, nel ciclismo si corre sul classico tandem: “Ora che ci siamo conosciute in allenamento, aspettiamo la prima gara ufficiale: all’Idroscalo di Milano, il 27 aprile, e poi da giugno iniziano le qualificazioni olimpiche”. Lo spirito dello sport per non vedenti ha contagiato la triatleta delle Fiamme Azzurre: “Il nostro è sostanzialmente uno sport individuale e io, forse più di altri, lo vivevo in modo individualista: non è più così, per merito di Anna”.
Attenzione: al momento delle premiazioni, a ricevere le medaglie sul podio vanno in due, l’atleta e la sua “guida”. Due anime, un solo destino.




