Gratuito patrocinio Consulta: incostituzionale prenotazione a debito

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La Corte Costituzionale, con sentenza del 1° ottobre 2019 n. 217, ha dichiarato l’incostituzionalità della normativa sul patrocinio a spese dello Stato, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, nella parte in cui non prevede che, anche per i consulenti, il compenso debba essere pagato – in via di anticipazione – dallo Stato. La decisione muta così il costante indirizzo delle sentenze sinora emesse.

La Costituzione Italiana, al III comma dell’articolo 24 «assicura ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione»: la mancanza di risorse economiche, insomma, non può e non deve pregiudicare “il diritto alla Giustizia”. La previsione costituzionale è stata attuata con la citata “legge sul patrocinio a spese dello Stato” che prevede che  delle spese del processo per le persone titolari di un reddito annuo imponibile inferiore a 11.493,82 euro (d.m. 16 gennaio 2018) si faccia carico lo Stato:  in particolare, la norma prevede che sia lo Stato appunto a saldare il conto dell’Avvocato delle persone non abbienti.

Nei processi, però, si sa, può non bastare la difesa legale: spesso, è infatti necessario un consulente tecnico affinché il giudice possa decidere il caso. La legge italiana sul patrocinio a spese dello Stato, sino a oggi, prevedeva un sistema farraginoso che si risolveva in un “non compenso” per i tanti professionisti coinvolti (meccanismo della cosiddetta prenotazione a debito, cioè dell’annotazione a futura memoria di una voce di spesa per la quale non vi è pagamento, ai fini di un eventuale futuro recupero). Con due effetti conseguenti: innanzitutto, che per le cause in cui fossero coinvolti i non abbienti, era spesso difficile poter avere dei consulenti, perché sapevano che di fatto non sarebbero stati pagati; inoltre, che ai professionisti coinvolti non veniva garantito un salario, nemmeno minimo.

Il messaggio di fondo che emerge dalla sentenza è importante: chi presta attività lavorativa ha diritto a un compenso perché il salario è uno degli aspetti della dignità del lavoro.