Dal cinema alla vita: Matteo Garrone e gli attori di ‘Io Capitano’ incontrano i giovani di Casal del Marmo
20 Ottobre 2026
Ieri pomeriggio, all’Istituto penale per i minorenni di Roma- ‘Casal del Marmo’, il cinema ha aperto uno spazio di incontro e riflessione. Dopo la visione di Io Capitano, diretto da Matteo Garrone, che racconta il drammatico viaggio di due giovani senegalesi verso l’Europa, le ragazze e i ragazzi ospiti dell’Istituto hanno avuto l’opportunità di dialogare con il regista e gli attori protagonisti.
L’iniziativa è stata proposta dall’Associazione “L’Arte non ha sbarre”, che promuove crescita, integrazione e valorizzazione culturale attraverso l’arte. Già attiva nell’Ipm con un progetto di street art, l’Associazione coinvolge giovani detenuti e cittadini in laboratori e percorsi artistici, con l’obiettivo di creare un ponte tra il dentro e il fuori. La proposta ha incontrato la sensibilità del regista e degli interpreti verso i temi del disagio minorile e dell’emarginazione.

L’incontro ha offerto ai giovani un’occasione di confronto diretto con alcuni protagonisti del cinema contemporaneo, intrecciando il racconto artistico con esperienze personali e riflessioni sulle scelte di vita. Matteo Garrone ha ripercorso il proprio percorso professionale, dalla passione iniziale per la fotografia fino ad approdare alla regia, invitando i ragazzi a riconoscere le proprie inclinazioni e coltivare ciò che li appassiona.
Al centro del dialogo, Io Capitano, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2023, che lo ha premiato con il Leone d’argento per la migliore regia. Il film segue Seydou e Moussa, due cugini adolescenti senegalesi che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa, inseguendo il sogno di una vita diversa. Il viaggio si trasforma in un percorso durissimo, segnato da inganni, sfruttamento, violenza e pericoli. Attraverso le loro vicissitudini, costruite a partire da una storia vera e narrate in lingua senegalese, “wolof”, Garrone racconta la migrazione dal punto di vista di chi parte, dando voce a persone spesso descritte soltanto attraverso i numeri e le cronache. Efficace la scelta del regista di utilizzare attori e non attori locali che con generosità e coraggio hanno offerto la lora testimonianza. Il film invita così a riflettere sulle ragioni della partenza, sulle condizioni di vita e sul desiderio di poter scegliere il proprio futuro.
Particolarmente significativo è stato il racconto di Seydou Sarr, interprete del protagonista, che ha spiegato con sincerità le motivazioni che lo hanno portato a partecipare al casting: “Non ho partecipato al casting perché avevo l’aspirazione a diventare attore, ma semplicemente perché mi offrivano la possibilità di andare in Italia e guadagnare tanti soldi. L’ho fatto anche per mia mamma, che da ragazza aveva fatto teatro, e così ho realizzato il suo sogno”.

(Credit: Ministero della Giustizia – Dgmc)
Nel corso dell’incontro, un ragazzo ha chiesto all’attore come fosse riuscito a interpretare una delle scene più dolorose del film, ambientata nel deserto, nella quale tenta invano di soccorrere una donna morente, nonostante la presenza sul set di numerosi tecnici e professionisti: “E’ stato un momento molto forte per me – ha risposto, attingendo a un ricordo personale – ho pensato a quando mio papà mi è morto tra le braccia”. Una frase intensa, che ha svelato il legame tra vissuto personale e interpretazione artistica. L’attore ha mostrato come, dietro una scena cinematografica, non ci siano soltanto tecnica e lavoro di squadra, ma anche esperienze ed emozioni che contribuiscono a rendere credibile il racconto.
Il dialogo ha superato i confini del film, portando l’attenzione sulle esperienze che possono orientare il percorso di una persona. Non sempre, infatti, si parte da una vocazione precisa: talvolta sono le circostanze, le responsabilità familiari o il desiderio di migliorare la propria condizione a far emergere possibilità inattese.
Per le ragazze e i ragazzi dell’Ipm, ascoltare queste storie ha rappresentato un’occasione per interrogarsi sulle proprie aspirazioni e sulle risorse da sviluppare attraverso la formazione e l’impegno. Le testimonianze non cancellano le difficoltà, né sostituiscono le concrete opportunità di accompagnamento e reinserimento, ma possono contribuire ad ampliare gli orizzonti e a stimolare nuove prospettive.
Le vicende dei giovani migranti raccontate in Io Capitano e quelle dei ragazzi e delle ragazze che vivono l’esperienza della detenzione minorile appartengono a contesti differenti e non vanno sovrapposte. Si incontrano, tuttavia, nel bisogno di essere ascoltati e nella ricerca di nuove possibilità.
“Il film è stato anche una occasione per sensibilizzare l’Italia sul fenomeno dei migranti – ha concluso Matteo Garrone – e per tutelare giovani senegalesi inconsapevoli delle avversità e della durezza del viaggio”. Salutando infine i giovani ospiti ha promesso di tornare per vedere assieme ciò che produrranno con la telecamera che gli ha donato.
Il pomeriggio di Casal del Marmo ha confermato il valore del cinema e dell’arte, strumenti di dialogo, crescita e inclusione. È questo il significato dell’iniziativa: offrire ai giovani spazi di confronto per interrogarsi sul futuro, immaginando nuove strade da percorrere, come ampiamente dimostrato dal protagonista di Io Capitano, che lotta per un principio di libertà.