Don Fausto Resmini, in sua memoria sarà intitolato il carcere di Bergamo

don fausto resmini
FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

“Insieme a don Resmini è venuto a mancare non solo un uomo, un religioso, limpido esempio di umanità evangelica, ma anche un punto di riferimento per tutta la comunità penitenziaria, oltre che per la città e il territorio di Bergamo. Don Fausto è una persona eccezionale”. Così Teresa Mazzone, direttrice del carcere di Bergamo, parla al presente di don Fausto Resmini, il ‘prete degli ultimi’, cappellano dell’Istituto dal 1992 alla sua morte,  avvenuta – come quella di tante vittime del Coronavirus – nella solitudine di un reparto di terapia intensiva, il 22 marzo 2020. Nell’ufficio della dirigente oggi c’è un fotografia di don Fausto sorridente “Era in grado di dare conforto e sostegno – continua –. Mi manca la sua visita quotidiana, mi mancano i suoi consigli e il condividere progetti con lui”.

Ed è alla sua memoria, che  lunedì 19 aprile sarà intitolato il carcere di Bergamo, alla presenza della ministra della Giustizia, Marta Cartabia e del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia.

Sulla formazione del sacerdote, nato a Lurano (BG) il 7 aprile 1952, ebbe una grande influenza don Bepo Vavassori, fondatore del Patronato San Vincenzo, un’opera dedicata alla prevenzione del disagio giovanile e all’assistenza dei poveri. Nella sede di Sorisole, di cui divenne presto direttore, don Fausto si preparò al sacerdozio a cui fu ordinato nel 1978. Nello stesso anno fondò la Comunità Don Milani di Sorisolo, dove, con l’aiuto di ragazzi che aveva seguito come assistente educatore, iniziò ad accogliere minori a rischio e giovani immigrati privi di riferimenti abitativi o educativi. Era il 1987 quando don Resmini iniziò ad affiancare, come volontario, il cappellano del carcere di Bergamo. “Oltre il reato commesso – ricorda Teresa Mazzotta – lui riusciva a vedere nei detenuti la fragilità umana di persone con vissuti spesso drammatici, provenienti da famiglie disgregate o con storie di emarginazione. Quei poveri di spirito, protagonisti del Discorso della Montagna, ai quali avrebbe dedicato tutta la sua vita”.

L’attività in carcere si aggiunse ai tanti luoghi della marginalità in cui il sacerdote prestava da anni il suo servizio. A lui si devono il servizio Esodo e l’Associazione in strada che, dai primi anni ’90, offrono vestiario, posti letto, assistenza sanitaria e legale a chiunque si trovi in condizioni di bisogno. Quando fu nominato cappellano, il 23 ottobre 1992, don Resmini, era già una figura di riferimento non solo per i detenuti e i loro familiari, “per la capacità di entrare in empatia, di essere un padre spirituale o un amico a cui confidare ansie e timori”, ma anche per tutto il personale dell’istituto: “Il suo è stato un dialogo costante, don Fausto è stato sempre presente alle feste della Polizia Penitenziaria e aveva il dono di riuscire a stabilire rapporti con i singoli e con le loro famiglie” continua la direttrice del carcere che lunedì 19 aprile gli verrà intitolato su richiesta unanime di tutta la comunità.

In oltre trent’anni, il sacerdote ha conosciuto il penitenziario dei terroristi e dei rapinatori ma anche quello che definiva il carcere dei poveri, la gente a cui nessuno pensa ma della quale riconosceva un minor isolamento rispetto al passato, in una città più presente. Si è fatto carico dei bisogni di cristiani, musulmani, atei, senza distinzione di credo, provenienza, cultura o reati, perché, come disse in una delle sue ultime interviste a Luca Bonzanni (Sant’Alessandro.org, 10 gennaio 2019): “L’esperienza cristiana si allarga a tutti, nel segno della fiducia”.