Elena, la judoka che mette al tappeto pregiudizi
e discriminazione

Elena Moretti judoka
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“Il progetto di autodifesa per il personale femminile ha l’obiettivo di fornire le basi per difendersi da un’aggressione, ma mai la reazione è da intendersi come un atto di supremazia o di sottomissione. Un punto su cui mi soffermo molto nei miei corsi è che, in caso di aggressione, la prima cosa da fare è mettersi il prima possibile al sicuro; per quanto una donna possa essere forte, bisogna sempre tener presente che è difficilmente possibile poter determinare con certezza chi si ha di fronte, pertanto il primo insegnamento è che è sempre meglio cercare di evitare uno scontro fisico”. Così la judoka Elena Moretti, ex atleta delle Fiamme Azzurre, descrive i fondamenti del corso antiaggressione organizzato dal Provveditorato regionale Lazio, Abruzzo e Molise dell’Amministrazione Penitenziaria di cui curerà il percorso addestrativo.

Le venti ore di lezione si terranno, a partire da marzo, presso la casa circondariale di Rebibbia N.C. e potranno accedervi il personale femminile (comparti ministeri e sicurezza) dell’amministrazione penitenziaria e della Giustizia Minorile e di comunità. Un’iniziativa dal valore simbolico, sottolineano gli organizzatori, da interpretare nel segno della prevenzione e che vuole offrire alle donne corsiste l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza di sé nell’affrontare eventuali situazioni di pericolo.

L’ex atleta delle Fiamme Azzurre, vincitrice di diverse medaglie nelle competizioni internazionali e più volte campionessa italiana, ha aderito al progetto anche per promuovere attività che contribuiscano ad aumentare l’autostima e a condurre corretti stili di vita.

Originaria di Marone (in provincia di Brescia), classe 1987, Elena Moretti ha iniziato a soli 8 anni a praticare judo: “Ero una bambina molto attiva ma timida – racconta – il judo è diventato ben presto la mia valvola di sfogo e mi ha insegnato a essere più determinata e sicura. E’ un’arte marziale in cui la distinzione maschio-femmina conta poco, se non in gara, dove chiaramente le categorie sono suddivise. Durante le sessioni di allenamento i maschi e le femmine stanno insieme e sono allo stesso livello, ed è proprio questo uno degli aspetti più belli delle arti marziali: ci si può confrontare con qualsiasi genere di persona senza alcun tipo di discriminazione di sesso, peso e provenienza sociale. Quando si sale sul tatami si diventa tutti uguali. Forse è proprio questo aspetto che mi più ha colpito e mi ha spinto a iniziare a praticare questo sport”.

Aumentare la sicurezza, superare gli stereotipi di genere, reagire alla violenza che può voler dire anche denunciarla quando avviene tra le pareti domestiche: il corso può significare anche questo. “Credo fortemente che denunciare un atto di violenza sia il primo e il più importante passo di lotta contro la violenza sulle donne – continua Moretti -. Purtroppo ancora oggi non si riesce a capire che la violenza non è soltanto l’aggressione fisica di un uomo contro una donna, ma include anche vessazioni psicologiche, minacce, violenza sessuale, persecuzioni. Trovo assurdo che ci siano ancora donne che non hanno la libertà di potersi esprimere e di fare ciò che desiderano perché condizionate da un uomo in casa che non glielo permette. Spero nel mio piccolo, con questo corso, di riuscire a dare un po’ di forza e coraggio a chi non ne ha per poter affrontare situazioni di questo genere, penso sia di grande aiuto partire dalle piccole cose per acquisire consapevolezza per poter poi arrivare ad avere grandi risultati”.

Oggi Elena Moretti – che a settembre 2020 ha conseguito la qualifica di Istruttore di difesa personale all’interno del Corpo di Polizia Penitenziaria – ha due bambini, ma tiene a precisare che non è certo la maternità a limitare la prestazione sportiva “quanto piuttosto i pregiudizi che ancora discriminano le donne in molte situazioni. E’ sotto gli occhi di tutti che ci sia ancora molta strada da fare in questo ambito”