“Faccia a faccia”: a Lecce i detenuti incontrano gli studenti

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Il martedì non è un giorno come un altro nella casa di reclusione di Lecce. È il giorno in cui i detenuti incontrano gli studenti del “Liceo Francesca Capece” di Maglie; ogni volta una classe diversa, dal terzo al quinto anno.

Si tratta del progetto “Faccia a faccia”, ideato circa tre anni fa da Ada Fiore, docente di storia e filosofia dell’istituto scolastico pugliese, e giunto al suo terzo anno di realizzazione. Lo racconta a gNews Giuliana De Magistris, funzionario giuridico pedagogico del carcere: “È un ‘laboratorio filosofico’, nel senso che, di volta in volta, vengono proposti temi su cui alunni e detenuti sono invitati a riflettere, esprimendo le proprie opinioni”.

Nell’ultima edizione, i detenuti che hanno preso parte a questi appuntamenti sono stati dodici e, con qualche eccezione, non sono stati gli stessi delle edizioni precedenti.

Nella formazione del gruppo intervengono diversi elementi. “L’iter di partecipazione al laboratorio ha inizio con la richiesta del detenuto; successivamente interviene la nostra selezione”, dice De Magistris.  “Innanzitutto, valutiamo la buona condotta dell’interessato, la sua età, e il residuo della pena da scontare. Spesso chi ha davanti a sé un orizzonte lungo ha maturato una riflessione più profonda sul valore del proprio vissuto, diventando un interlocutore prezioso per chi, come i ragazzi del liceo, sta ancora inventando la vita. Poi, prendiamo in considerazione l’essere o meno impegnato in altre attività”, spiega l’educatrice. “Comunque sono solo uomini, di media sicurezza, sottoposti a trattamento avanzato”, precisa.

Nella spaziosa aula didattica del carcere predisposta per gli incontri gli studenti arrivano per primi. Sono circa venticinque. Si dispongono in cerchio, per favorire relazioni simmetriche, in uno scambio alla pari. Aspettano i detenuti; sono un po’ intimoriti, ma anche desiderosi di dialogare con loro. “Il cerchio è una figura geometrica significativa, che consente un fluire di sguardi che si incrociano alla stessa altezza”, dice De Magistris.

“L’iniziativa è partita come esperimento nelle sole sezioni di liceo classico, dove insegno; poi gradualmente è stata estesa a tutti gli indirizzi della scuola”, racconta Ada Fiore a Sara Mannocci (“vita.it”, 19 maggio 2026). Per gli studenti si tratta di un’esperienza di “service learning”, un approccio educativo che affianca l’impegno civico al tradizionale apprendimento scolastico. “Se questo progetto si diffondesse in tutte le scuole, sarebbe una grande opportunità per migliorarsi, conoscere la colpa, l’errore, il senso di responsabilità”, dichiara ancora l’insegnante.

Gli incontri si tengono la mattina, dalle 9 alle 12; la professoressa Fiore ha il ruolo di moderatrice, l’educatrice Gabrielli quello di osservatrice partecipante. In alcune occasioni è presente anche l’ispettore coordinatore del reparto, che illustra agli studenti il contesto in cui si trovano i detenuti.

La finalità dell’incontro è, per ciascuno, l’acquisizione di consapevolezza, e la promozione di un rinnovamento, attraverso considerazioni su argomenti che rappresentano motivi universali, come “il tempo, la solitudine, l’amore, la paura, la solidarietà”, spiega la professoressa a Mannocci.

Per chi è recluso, questi incontri rappresentano un’interruzione della routine carceraria, intessuta di discorsi incentrati quasi esclusivamente su questioni giuridiche. Naturalmente, il vissuto del carcere fa da sottofondo alle conversazioni e, qualche volta, ne diventa il motivo centrale. Emergono le difficoltà della condizione di recluso: la convivenza forzata, il sovraffollamento, il fatto di non poter far fronte sufficientemente alle esigenze familiari; emergono le paure: perdere l’affetto dei propri congiunti, non trovare un lavoro, una volta fuori, e tornare a commettere reati. “Per stessa ammissione dei detenuti, la principale motivazione nella partecipazione al laboratorio è la «rottura della quotidianità», della «monotonia giornaliera». Alcuni di loro confessano, con una commozione trattenuta a stento, che lo scambio con i giovani studenti li «fa sentire liberi»”, riferisce l’educatrice del carcere.

Ma il valore dell’iniziativa non si esaurisce nella durata degli incontri. “È nel «dopo», quando il cerchio si scioglie e il silenzio della cella torna a farsi denso, che il progetto rivela la sua forza generativa”, commenta De Magistris. “Il beneficio più profondo che osservo, grazie allo scambio con gli studenti, è il passaggio dalla visibilità alla percezione. Il detenuto è costantemente «visto», perché è sotto sorveglianza, ma raramente è «sentito». L’esperienza portata da questa iniziativa ribalta la dinamica, consentendo al detenuto di sentirsi «ascoltato». E non da chi ha il compito di giudicare, ma da chi ha il desiderio di capire”, continua l’educatrice.

L’effetto immediato del progetto è la nascita della speranza: speranza di poter cambiare, per il recluso, speranza di sconfiggere il pregiudizio, lo stigma, per gli altri. Perché l’obiettivo, come ricorda ancora chi opera in carcere, è che la società impari a scorgere nel detenuto non solo la caduta che marchia, ma anche la persona che tenta di rialzarsi. Per chi è detenuto “sentirsi sentiti genera un sollievo immenso, poiché significa smettere di pensare a sé come a un errore statico e ricominciare a percepirsi come un soggetto in divenire”, dichiara De Magistris. Il ruolo dell’educatrice che segue il progetto è far sì che l’incontro tra due realtà, quella dei soggetti reclusi e quella dei soggetti liberi, non si esaurisca in una sterile curiosità o in un silenzio imbarazzato, ma diventi “un’occasione feconda”.  “Da un lato, aiuto il detenuto a compiere il passaggio cruciale, dall’identificarsi nel proprio reato all’immaginarsi come una persona diversa”, ci dice l’educatrice. Al tempo stesso, per gli studenti è importante che la sofferenza del carcere non venga “consumata come un diversivo”, aggiunge. Parlando ancora dei detenuti che partecipano all’iniziativa, De Magistris svela il fine ultimo di questi incontri. “In carcere l’uomo rischia costantemente di finire per coincidere con i suoi reati, di diventare il suo fascicolo; io intervengo perché quella persona ritrovi le parole per raccontarsi, non come un capitolo chiuso, ma come un’esistenza in evoluzione, che ha ancora uno spazio per il cambiamento”.

Per gli studenti l’incontro con i detenuti è una grande occasione. “Quando sono tornato a casa, ho capito quanto sono fortunato a poter vedere i miei genitori”, dichiara, a Sara Mannocci, Davide Giannuzzi, che frequenta il terzo anno del liceo classico. “Non possiamo giudicare queste persone, credo che siano più sensibili di tante altre”, afferma Caterina Chiriatti, studentessa del quarto anno dello stesso indirizzo di studi. “Mi piacerebbe fare questa esperienza anche il prossimo anno, come attività di volontariato”, continua, dialogando con la giornalista di vita.it.

Gli incontri tra studenti e detenuti hanno prodotto un livello di scambio ulteriore attraverso le lettere inviate e ricevute reciprocamente. “Ognuno porta con sé la possibilità di cambiare, di ricominciare, di costruire qualcosa di diverso”, scrivono gli studenti a chi è privato della libertà. “Grazie a voi tutti, per esservi calati umanamente, immedesimati nelle vesti di noi detenuti”, risponde chi è recluso. “Sono felici di mandare un messaggio ai ragazzi perché non commettano gli stessi errori, non sottraggano anni alla vita vera, cercando di ispirare in loro un senso di legalità”, commenta De Magistris, rispondendo a Sara Mannocci.

“Non c’è un’agenda fissa per gli incontri: quest’anno ce ne sono stati dodici, lo scorso anno qualcuno in meno”, racconta ancora a gNews l’educatrice del carcere. Si tratta di un’iniziativa che si vorrebbe trasformare in un’attività a carattere permanente.

Seguendo, grosso modo, il calendario scolastico, durante l’estate gli incontri vengono sospesi. Ma resta molto, in coloro che scontano la pena, a detta dell’educatrice che coordina il progetto. “C’è una bellezza quasi catartica nel vederli dialogare con chi ha ancora l’animo innocente: è come se i ragazzi portassero in dono uno specchio pulito, in cui il detenuto possa scorgere un’immagine diversa da quella riflessa dalle sbarre”, conclude De Magistris.