Giustizia inclusiva, 280 milioni per reinserimento lavorativo detenuti
13 Ottobre 2026
Una giustizia che mette al centro la persona più che il reato commesso. È l’obiettivo del Piano del Ministero per l’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a misura penale. I primi risultati del progetto sono stati presentati questa mattina presso la sala Koch di Palazzo Madama.
Sono 280 i milioni di euro programmati per il Piano, e di questi 260 – pari al 93% – sono già stati impegnati su tre direttrici: il potenziamento dell’esecuzione penale esterna, il reinserimento lavorativo dei detenuti, la creazione di nuove opportunità per i ragazzi reclusi nelle strutture minorili.
Il Piano interviene su grandi numeri: secondo gli ultimi dati, sono 143 mila le persone in misura penale esterna, 101 mila quelle sottoposte a misura alternativa, 66 mila quelle detenute. Il progetto, inquadrato nel ‘Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027’, vede la partecipazione attiva di diversi dipartimenti di via Arenula: Amministrazione penitenziaria, Giustizia minorile e di Comunità e Innovazione tecnologica della giustizia. L’obiettivo finale è costruire un vero e proprio modello di reinserimento nella comunità che non passi solo per il carcere.

Mettere al centro la persona. Lo ha ribadito il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, in apertura dell’evento: “La persona, sulla quale ovviamente nessuno smette di credere, che ha sbagliato ma che si può recuperare, adulta o minore”. L’obiettivo, oltre alla finalità rieducativa della pena sancita dall’art. 27 della Costituzione, è anche un altro e sempre a lungo termine: “Il 98% di chi impara un mestiere, quando esce, non delinque più. Non raggiungiamo solo gli obiettivi costituzionali, ma creiamo sicurezza. Le comunità del futuro saranno più sicure”, ha aggiunto Ostellari.
I diversi rappresentanti del Ministero hanno parlato delle specifiche azioni del Piano. A partire da Ama.Mi., che riguarda l’attuazione di modelli di intervento per l’inclusione attiva di minori e giovani adulti. Sono 800 i ragazzi, tra adolescenti e giovani fino a 25 anni, coinvolti in questi progetti. Innovativa è poi la previsione di un ‘tutor’ che affianca il giovane in uscita dal circuito penale, costruendo con lui un piano personalizzato di formazione.
Il capo dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, ha sottolineato che lo sforzo, nell’ambito del Piano, è creare nuove comunità per i ragazzi, per favorire un approccio multidisciplinare alle loro problematiche. Un’esigenza che nasce dalla “mancanza di risorse familiari, di possibilità. Abbiamo 1.350 ragazzi tra minori e giovani adulti collocati in comunità che presentano un’elevata complessità”.

Passando all’universo-carcere, un’importante novità è la ‘Piattaforma nazionale delle competenze del detenuto’, che rende possibile l’incrocio domanda-offerta di lavoro. Nella piattaforma si inseriscono le qualifiche delle persone in entrata e in uscita dai penitenziari: le aziende e altri enti possono così trovare i profili migliori per le loro esigenze.
Questo ambiente digitale “consentirà agli istituti penitenziari di rendere visibile il potenziale produttivo per imprese, terzo settore e amministrazioni pubbliche”, ha detto la capo dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia, Antonella Ciriello.
Diverse anche le misure del Piano che riguardano le persone detenute. Una di queste é l’attuazione di modelli di intervento per l’inclusione attiva dei detenuti (Ama.De.), che ha coinvolto finora 2.919 persone detenute o internate, grazie a 31 progetti avviati in 90 istituti penitenziari.
Sono oltre 144 i milioni di euro impegnati nelle strutture carcerarie. Le risorse sono state usate per promuovere percorsi formativi e lavorativi per i detenuti, ma anche per riqualificare e adeguare laboratori produttivi e macchinari già esistenti negli istituti. Tra gli obiettivi finali c’è la riduzione del lavoro dei reclusi alle dipendenze dell’Amministrazione, in favore dell’occupazione presso aziende o altri enti esterni.
Come ha spiegato il direttore generale Detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo, il lavoro penitenziario è “spesso dequalificante, perché caratterizzato dall’assenza di formazione e professionalità. L’occupazione deve essere servente non all’amministrazione ma al detenuto”, ha sottolineato il Direttore, che ha parlato di una prima inversione del trend: “c’è stata una crescita del 5,15% del lavoro all’esterno”.

La direttrice generale per il Coordinamento delle Politiche di coesione, Gabriella De Stradis, ha invece illustrato lo stato dell’arte dell’intero Piano. Dai progetti di giustizia riparativa, alla piattaforma delle competenze che, ha spiegato la dirigente, permetterà di avere “una serie di dati e indicatori per migliorare l’efficacia del lavoro, abbattere la recidiva e valutare l’impatto della spesa”. Importante è poi il progetto di housing sociale per le persone sottoposte a misura penale esterna: “Questo per consentire che l’autonomia diventi effettiva, dopo un periodo di lavoro che può essere temporaneo o a tempo indeterminato, ed è questo l’obiettivo primario del progetto”, ha sottolineato De Stradis.

Il grande ecosistema dell’esecuzione penale va dunque oltre la sanzione, e coinvolge i territori – Regioni, Comuni -, le imprese e gli enti del terzo settore. L’obiettivo condiviso è spingere verso una visione meno carcero-centrica, come ha sottolineato il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto a conclusione dei lavori.
“Questa tensione alla rieducazione, contenuta nell’articolo 27 della Costituzione, non la dobbiamo smettere mai. Il carcere non è l’unica pena che c’è, noi abbiamo già una norma che ci dice con chiarezza che ‘le pene’ devono tendere alla rieducazione. Nell’espressione ‘le pene’, il Costituente ci dà un segnale chiaro e forte”.