Giustizia riparativa: il volto umano del diritto penale
18 Febbraio 2026
“Perdono è la parola che apre il capitolo, non quella che chiude il libro”. A dirlo è Pumla Gobodo-Midikizela; psicoterapeuta e professoressa all’università di Stellenbosch, è tra le protagoniste del primo esempio di giustizia riparativa nel panorama giuridico internazionale: il processo di pacificazione in Sud Africa dopo l’apartheid. In un Paese ferito dalla persecuzione razziale della componente bianca verso quella nera, l’attività della Truth and Reconciliation Commission traccia una nuova, possibile via di convivenza nel Paese basata, appunto, sul perdono.
Perdono che, se e quando arriva, non può fare a meno dell’incontro. Come quello tra Achille e Priamo nell’Iliade omerica: il re di Troia si presenta al guerriero per chiedere la restituzione del corpo del figlio Ettore, ucciso in duello. Le parole dell’anziano padre “non esasperano l’avversario, ma gli aprono gli occhi”, dice Nicola Selvaggi, vicecapo dell’ufficio legislativo del Ministero, durante la conferenza stampa di presentazione per l’apertura dei 36 nuovi centri di giustizia riparativa. E alla fine, l’assenso di Achille alla richiesta di Priamo scalfisce quel rigido codice guerresco che non accorda pietà al vinto.
Giustizia riparativa, Sisto: “Un link fra il sociale e il giuridico”
Alla base di questo nuovo modello c’è poi il dialogo. Come quello tra Agnese Moro, figlia dello statista rapito, sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse, e Adriana Faranda, ex componente dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra. Due donne agli antipodi che, col tempo, hanno cercato di sanare l’una le ferite dell’altra. “Dopo la violenza, quando è arrivata la giustizia, non è cambiato niente. Non si è spezzata la catena del male. La giustizia aveva fatto il suo corso ma le mie ferite erano rimaste uguali”, dice Agnese Moro intervenendo in un recente convegno. A volte non basta la giustizia tradizionale; non è sufficiente l’irrogazione della pena. È necessario avere un interlocutore, ascoltare le ragioni dell’offesa dalla viva voce di chi ti ha offeso. E vale anche per l’autore del reato: il percorso di giustizia riparativa diventa, per dirla con le parole di Adriana Faranda, “una ricerca di sé stessi, ma anche un modo per capire, confrontandosi, cosa si era e ciò che si è commesso”.

L’incontro libero, consensuale, attivo e volontario tra la vittima e l’autore del reato è alla base dei programmi di giustizia riparativa. Tra i due si svolge un dialogo, sia diretto, ma anche indiretto: per esempio, la vittima che non sia pronta a confrontarsi con chi l’ha offesa, può incontrare una persona condannata per lo stesso reato. I due sono aiutati da un soggetto terzo qualificato, ossia un mediatore in programmi di giustizia riparativa; una figura esperta, scelta tra quelle iscritte in un apposito elenco tenuto dal Ministero.
Per accedere a un programma di giustizia riparativa è necessaria una richiesta, che può intervenire in qualsiasi fase del procedimento penale. Addirittura prima, non appena un reato è stato commesso; o dopo la sentenza, durante o dopo l’esecuzione della pena. L’autorità giudiziaria, valutati i presupposti, trasmette il fascicolo al Centro per la giustizia riparativa competente, dove i mediatori prendono in carico il caso.
A partire dal decreto legislativo n. 150 del 2022, che ha introdotto in Italia il sistema della giustizia riparativa in materia penale, l’obiettivo del Ministero è stato quello di costruire una vera e propria rete nazionale di servizi dedicati. Nel luglio 2024 arriva l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Le 26 conferenze locali, attive nei distretti di Corte d’Appello, hanno poi individuato gli enti locali cui affidare il compito di istituire i centri. A ottobre 2025, la sottoscrizione dei protocolli: si sono resi disponibili 34 enti territoriali (4 Regioni, 29 comuni e una provincia) e sono stati censiti 36 servizi conformi ai requisiti di legge.
