Da Sordi ai detenuti-attori di Rebibbia: il carcere è (anche) set cinematografico

Locandina de "Il cinema italiano racconta il carcere"
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Un viaggio dentro le carceri attraverso sessant’anni di cinema italiano. Un lavoro coordinato da Mario Sesti e presentato lunedì scorso nell’edizione 2019 del Rebibbia Festival ospitato, come accade da cinque anni, all’interno del Festival del Cinema di Roma.

Nella sala proiezioni dell’Auditorium del MAXXI è stata mostrata una serie di clip tratte da pellicole che dal 1955 a oggi hanno raccontato storie di vita all’interno dei penitenziari italiani. A commentare le immagini Giuliano Amato, giudice costituzionale, Carmelo Cantone, provveditore alle carceri di Lazio, Abruzzo e Molise e Fabio Cavalli, regista di diversi film e documentari sul mondo penitenziario.

Alcuni ragazzi presenti hanno osservato per la prima volta pellicole, incentrate sullo stesso tema ma di diverso genere (commedie leggere, film comici e opere drammatiche), che hanno per circa due ore proiettato lo spettatore “dietro le sbarre”.

Ladro lui ladra lei (1958) diretto da Luigi Zampa con il ‘ladro’ Cencio – interpretato da  Albero Sordi – alle prese con un continuo entra ed esci da Regina Coeli; Il mattatore (1960) di Dino Risi con un fenomenale Vittorio Gassman; Mery per sempre (1989), film di Marco Risi, ambientato nel carcere minorile di Palermo; Cesare deve morire (2012) diretto dai fratelli Taviani nel carcere di Rebibbia; Come il vento (2013) diretto da Marco Simon Puccioni con Valeria Golino che interpreta Armida Miserere, direttrice del carcere di Pianosa; Fiore (2016) di Claudio Giovannesi che narra una storia d’amore nata in un carcere minorile. Questi alcuni dei titoli scelti e montati da Nicola Calocero e Tommaso Sesti.

Si osserva, si ascolta e si riflette in questo scenario postmoderno nel cuore di Roma. Il costituzionalista Giuliano Amato è critico: “Il carcere andrebbe raccontato narrando le storie di personaggi che sono privati non solo della libertà personale ma anche della propria privacy. Perché nessuno ha mai fatto un film sui suicidi in carcere che sono il vero problema dei nostri giorni?”.

Secondo Fabio Cavalli dopo Detenuto in attesa di giudizio, film di Nanni Loy del 1971 con protagonista Alberto Sordi, finisce la voglia di ridere e inizia il compito di raccontare il carcere da parte dei registi e sceneggiatori italiani. “Il cinema va in carcere – spiega Fabio Cavalli – perché il tempo vuoto della detenzione deve essere riempito di opportunità: istruzione, formazione, lavoro per chi sconta la pena. E tra tanti ‘ponti’ c’è anche spazio per il cinema, capace di illuminare l’oscurità oltre le sbarre.”

Carmelo Cantone racconta la sua esperienza nell’introdurre il teatro come forma di rieducazione quando era direttore di carcere: “Le opere di Shakespeare esercitano un fascino enorme all’interno dei laboratori teatrali dei detenuti perché le sue opere trattano una serie di temi essenziali nella vita delle persone che nel carcere hanno una ridondanza particolare come la sete di potere, la violenza, il ricatto, il perdono, la comprensione e il dolore”. Non a caso il film Cesare deve morire narra la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare da parte dei detenuti di Rebibbia.

In questa carrellata c’è spazio anche per un estratto dell’ultimo film di Cavalli, Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri (LEGGI QUI L’ARTICOLO DI GNEWS DEL 14 OTTOBRE) , un docu-film che racconta il viaggio della Consulta che, a partire dall’anno scorso, ha portato sette giudici in sette diversi istituti penitenziari italiani per diffondere la Costituzione.

Spettatori di questa interessante proiezione anche gli studenti dell’Istituto alberghiero statale “Amerigo Vespucci” accompagnati dalla professoressa d’italiano già insegnante dei detenuti del carcere di Rebibbia e in particolare dei protagonisti del film Cesare deve morire. “Abbiamo partecipato per avere spunti di riflessione in previsione della preparazione della maturità” ha detto uno di loro poco prima di fare una foto ricordo davanti alla bellezza e il fascino del Museo nazionale delle arti del XXI secolo.