Il desiderio soffocato: il carcere e le “stanze dell’affettività”
10 Novembre 2025
Un locale di circa quindici metri quadrati, una camera da letto con un bagno, è la stanza dell’affettività che, nel carcere Lorusso e Cutugno, si appresta ad ospitare gli incontri tra le persone recluse e i loro partner. Interessati i detenuti ristretti nella casa circondariale torinese e negli altri istituti penitenziari del Piemonte e della Valle D’Aosta.
La sperimentazione tenta di rispondere a un bisogno fondamentale dell’essere umano, un diritto riconosciuto recentemente nel nostro Paese da un provvedimento della Corte costituzionale (la sentenza n.10 del 26 gennaio 2024), che dichiara illegittimo l’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario, ravvisando nel carattere inderogabile dei controlli a vista sullo svolgimento dei colloqui dei detenuti un divieto assoluto all’affettività e all’intimità sessuale. La prescrizione, stabilisce la Consulta, “si risolve in una compressione sproporzionata e in un sacrificio irragionevole della dignità della persona, quindi in una violazione dell’articolo 3 della Costituzione”. La previsione di colloqui intimi è stata recepita dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che, intervenendo sulla materia, ha stilato delle linee guida (11 aprile 2025), per “individuare spazi idonei anche temporanei, da adattare all’interno delle strutture penitenziarie, con garanzie minime di riservatezza, e dunque senza il controllo della Polizia Penitenziaria”.
Da uno studio effettuato dal Dap su dati aggiornati a fine dicembre 2024 risulta che la platea degli aventi diritto è di quasi diciassettemila persone. Secondo le citate linee guida, siglate dall’allora capo dell’Amministrazione Penitenziaria Lina Di Domenico, sono esclusi i detenuti che abbiano commesso violazioni delle norme disciplinari e coloro che possano determinare un rischio per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza. I Provveditori regionali dell’Amministrazione Penitenziaria si incaricheranno di individuare le strutture dotate di locali idonei e di adottare le misure organizzative necessarie per garantire l’esercizio del diritto, anche in istituti della regione diversi da quelli in cui è ristretto il detenuto.
Ai fini della tutela dell’incolumità delle persone presenti nel carcere, sarà predisposto un sistema di videosorveglianza delle zone esterne alla “stanza dell’affettività”, e gli operatori penitenziari avranno cura di accompagnare sia i detenuti che i loro ospiti fino ai locali destinati ai colloqui intimi. Per le stesse ragioni, non potrà essere consentita la chiusura dall’interno della porta di accesso del locale.
Diletta Berardinelli, la nuova Garante comunale dei detenuti di Torino, sentita da Caterina Stamin, per un articolo della Stampa pubblicato il 20 ottobre 2025, plaude al considerevole “sforzo organizzativo” che accompagna l’evento previsto nel carcere Lorusso e Cutugno. L’apertura della «stanza dell’affettività» è, per la Garante, ancora più lodevole, se si pensa alle difficoltà che vive l’istituto torinese: problemi strutturali all’attenzione delle istituzioni, come il sovraffollamento e l’insufficienza di personale. Si tratta – dichiara Berardinelli alla giornalista – di “un passo importante verso un sistema penitenziario più attento ai bisogni affettivi e familiari delle persone ristrette”. La garante auspica che l’Italia guardi al resto dell’Europa, al fine di interpretare in senso più ampio questo tema. Berardinelli chiarisce a Caterina Stamin che in molti Paesi europei “l’affettività è riconosciuta e valorizzata in tutte le sue dimensioni, anche attraverso il mantenimento dei legami familiari”.
Una prospettiva transnazionale è presente, del resto, nelle premesse della predetta sentenza della Corte costituzionale, dove si dice che “una larga maggioranza di ordinamenti europei riconosce ai detenuti spazi più o meno ampi di espressione dell’affettività intramuraria, inclusa la sessualità”. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in effetti, pur non obbligando gli Stati all’ adozione di soluzioni attuative del dettato legislativo che riconosce le coniugal visits, ha sottolineato come si tratti di un orientamento conforme alla tutela dei diritti e delle libertà previsti dalla Convenzione.
Se nella grande maggioranza dei Paesi europei (trentuno dei quarantasette che compongono il Consiglio d’Europa) e in diversi altri Paesi del mondo la possibilità dei colloqui intimi rappresenta una realtà consolidata, il panorama internazionale offre una varietà di soluzioni e modalità.
In Italia, se si prescinde da limitazioni di carattere securitario, i colloqui intimi possono avvenire solo con il coniuge, con la persona parte dell’unione civile, o con quella convivente stabilmente, attestata da certificazione. Diversa, per esempio, è la situazione in Spagna, dove le comunicationes intimas sono previste con qualsiasi persona ammessa a svolgere i colloqui ordinari con il detenuto: può trattarsi di una persona legata da vincoli familiari, ma anche di qualcuno che vanti un semplice rapporto affettivo.
Altra questione riguarda i beneficiari del diritto. In Italia le restrizioni si limitano ai soggetti in misura detentiva speciale (il regime previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, introdotto per contrastare la criminalità organizzata) e a coloro la cui condotta ponga questioni di sicurezza ed ordine pubblico. Il numero di coloro che possono accedere ai colloqui intimi è, dunque, molto alto, ma la possibilità di usufruirne è condizionata dall’esiguo numero degli spazi dedicati ai contatti riservati. La precedenza va a chi non beneficia dei permessi premio, che consentono di coltivare l’affettività all’esterno, a chi è stato condannato a pene di lunga durata, o si trovi in carcere da molto tempo.
In Olanda, anziché provvedere ad una vera e propria “graduatoria di accesso”, al fine di consentire le visite intime al maggior numero possibile di detenuti, si è scelto di utilizzare, oltre a locali appositi, anche le celle. Una vera e propria alternativa all’ambiente detentivo si è voluta sperimentare, invece, in altri Paesi, come la Francia, la Svezia, la Germania, dove ai colloqui riservati sono stati destinati piccoli appartamenti, strutturati in ambienti domestici diversi, talvolta con un piccolo spazio esterno, per creare ritagli di una normale quotidianità affettiva.
Quanto alla durata degli incontri con il partner, in Italia il colloquio intimo, reso difficoltoso dalla scarsa disponibilità degli spazi, non può superare le due ore, quando in altri Paesi occidentali gli incontri riservati si protraggono anche per diversi giorni. È il caso del Canada, dove le visite, che si si svolgono in apposite unità abitative mobili esterne al carcere, possono durare fino a settantadue ore. Grazie alle private family visits non sono mancati casi di gravidanza tra le donne detenute o le compagne di uomini reclusi, consentendo alle persone private della libertà di preservare i legami familiari e le capacità parentali.
Il sentimento di inutilità che pervade chi è ristretto è spesso acuito dalla mancanza di una prospettiva futura, uno stato che sottrae significato ad ogni progettualità. La realizzazione di un programma di genitorialità si coniuga sovente alla possibilità di accedere ad uno spazio interiore nuovo, dove persino le attività intramurarie del detenuto acquistano senso, divenendo presupposto per immaginare una vita diversa. E frammenti di una vita diversa, che stimolino comportamenti costruttivi, è quella che possono sperimentare i detenuti degli istituti penitenziari della Confederazione Elvetica, dove i locali per gli incontri intimi sono spesso ubicati in confortevoli chalet in pietra posti in mezzo al verde; assaporare momenti di serenità e gioia aiuta ad ideare modelli esistenziali alternativi, favorendo l’impegno del detenuto verso una sua riabilitazione sociale.
L’evento della casa circondariale di Torino segue l’esperienza di Padova, Terni e Parma.
Nella Casa di Reclusione di Parma la direttrice Maria Gabriella Lusi ha disposto l’apertura di locali riservati ai colloqui intimi in seguito all’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza, che si è pronunciato in favore dell’applicazione della sentenza della Corte costituzionale, dopo il reclamo presentato da alcuni detenuti dell’istituto. La data di inizio è stata il 6 ottobre u.s. e si è deciso di consentire gli incontri ogni lunedì, con tre turni di due ore ciascuno, intervallati da una pausa di mezzora per le operazioni di igienizzazione. Finora i detenuti ammessi non sono stati in gran numero, ma è stata redatto un calendario che consenta agli aventi diritto di disporre della “stanza dell’affettività” nel più breve tempo possibile.
Anche per i detenuti di Terni e Parma l’accesso ai colloqui intimi si è reso possibile grazie all’intervento della magistratura di sorveglianza, che ha risposto ai reclami di singole persone recluse, imponendo ai due istituti di organizzarsi per soddisfare la richiesta dei detenuti. Casi isolati, dunque, che aprono la strada ad un sistema articolato e stabile, che non tarderà a realizzarsi.
L’impoverimento esistenziale connesso allo stato di detenzione ha a che fare anche con la privazione delle relazioni affettive e sessuali, una condizione di repressione emotiva e di “spersonalizzazione”. Questa circostanza, che si somma alla pena vera e propria, divenendone un’ombra inalienabile, si ripercuote negativamente sulla salute individuale del recluso e sul clima generale dell’ambiente detentivo. L’annullamento di un’esigenza umana primaria, come quella del contatto intimo, crea malessere nel singolo e conflittualità nell’ambiente di reclusione. Far uscire il detenuto dall’isolamento diviene, per il sistema carcerario, una priorità. “Solo attraverso la cura delle relazioni e la possibilità di vivere momenti di normalità affettiva si può realmente costruire un percorso di reinserimento sociale e umano”, conclude la garante dei detenuti del Comune di Torino, intervistata da Caterina Stamin.