In ricordo di Maria Chindamo: la sua voce e le sue terre resistono
5 Maggio 2025
Una jeep bianca in moto, la radio accesa, tracce di sangue e capelli sulla portiera. È quello che resta di Maria Chindamo, scomparsa nel nulla la mattina del 6 maggio 2016 davanti al cancello della sua azienda agricola, nelle campagne di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Il suo corpo non è mai stato ritrovato; ancora tante le ombre su mandanti, esecutori, moventi.
Maria Chindamo è tra le decine di vittime di lupara bianca. Una pratica diffusa nella ‘ndrangheta del vibonese che è un doppio oltraggio: si ammazza e si sottrae il corpo al lutto dei familiari. È tra le oltre mille vittime innocenti delle mafie, di cui oltre 130 donne, secondo i numeri di Libera.
Laureata in economia e commercio, imprenditrice, Maria Chindamo aveva 42 anni e 3 figli. Un anno esatto prima della sua scomparsa aveva perso il marito, morto suicida. Da lui voleva separarsi, ma con lui aveva creato un’azienda agricola, e la stava portando avanti. Avrebbe dovuto incontrarsi con due operai, quella mattina del 6 maggio.
A spezzare la vita di Maria Chindamo, un incrocio di interessi: familiari, mafiosi. Incolpata dal suocero per il suicidio del marito; intimidita dal vicino di terreno per ottenere le campagne di sua proprietà. Un delitto dove si intrecciano subcultura patriarcale e fame di terre, che in Calabria garantiscono ancora un certo status e potere sul territorio.

Maria Chindamo non è l’unica donna vittima di ‘ndrangheta. Originaria di Laureana di Borrello, nel reggino, da adolescente, nel febbraio dell’89, fu scossa dall’uccisione della compaesana Marcella Tassone, 10 anni, in un agguato in cui il vero obiettivo era il fratello della ragazzina.
Donne vittime anche dentro la ‘ndrangheta, come Santa Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso; lo stesso che governava le terre intorno a quelle di Maria Chindamo. Nel 2011 morì ingerendo dell’acido, apparentemente suicida, dopo aver iniziato a parlare con l’autorità giudiziaria. La stessa sorte di Maria Concetta Cacciola, che aveva iniziato a collaborare per il bene dei figli. E poi Lea Garofalo, compagna di un esponente della ‘ndrangheta che è stata uccisa e bruciata vicino Monza il 24 novembre 2009, per le sue dichiarazioni in merito all’omicidio dell’esponente di un clan.
Nel luglio 2019, della scomparsa di Maria Chindamo parla un collaboratore di giustizia, esponente di spicco del clan dei Mancuso. Rivela che il vicino di terreno della donna, legato alla famiglia egemone nel vibonese, avrebbe manomesso l’impianto di videosorveglianza davanti alla proprietà per cancellare le prove dell’aggressione. È un altro collaboratore a fornire dettagli orribili sulla scomparsa del cadavere dell’imprenditrice: sarebbe stato dato in pasto ai maiali, ridotto in polvere e sparso su un terreno mai individuato.
Ad oggi, per la morte di Maria Chindamo c’è un processo aperto davanti alla Corte d’assise di Catanzaro. Partito nel marzo 2024, vede come imputato in concorso proprio il vicino di terreno, Salvatore Ascone. Il mandante, secondo gli inquirenti, sarebbe il suocero, Vincenzo Punturiero. Ma è morto nel 2017.

Per Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, il primo ad aver allertato i carabinieri dopo la scomparsa, il lutto è quotidiano. “Sono passati 9 anni, non abbiamo né un corpo, né una sentenza – dice. I tempi della giustizia sono tempi tecnici impegnativi; stai lì, tra i tanti guai della tua vita, ad aspettare che qualcuno ti dica qualcosa”. Sui 50 testimoni da ascoltare, finora ne è stato sentito uno.
Maria Chindamo è diventata simbolo di chi non si piega alle logiche patriarcali e mafiose. I molti punti interrogativi sulla sua morte sono stati, paradossalmente, i semi di punti di luce e riscatto. A distanza di 9 anni dalla scomparsa, associazioni, scuole e istituzioni la ricordano con il progetto “Illuminiamo noi le terre di Maria”.
Un simbolo di giustizia sociale per Vincenzo Chindamo. “Il 6 maggio è un giorno in cui una sentenza viene comunque data”, commenta. “Una sentenza di condanna della cultura violenta e patriarcale e di ‘ndrangheta, dando voce a Maria, alle donne che soffrono e a chi vuole opporsi alle logiche mafiose”.
Diverse le organizzazioni partecipanti, unite dal comitato “Controlliamo noi le terre di Maria”. “Anni fa abbiamo fatto il primo evento in memoria di Maria, e io ero molto titubante all’inizio”, racconta Vincenzo. “Ho pensato ‘ci troveremo lì in quattro persone sparute; chi ci viene a fare un evento in memoria di mia sorella, a farsi vedere in un territorio dove tutti hanno paura, tutti sono omertosi, dopo tutto quello che è successo?’”.
Poi, la piacevole sorpresa. “Dal primo momento la gente arrabbiata come me ha trasformato quella sua rabbia, quella sua paura, in impegno. Abbiamo iniziato a vedere gli studenti, qualche associazione, tante cittadine e cittadini che si sono fatti avanti. E poi le fasce tricolori, le forze dell’ordine e la prefettura. Allora ci siamo entusiasmati e siamo andati avanti”.
Ogni 6 maggio l’appuntamento è fisso, al cancello dell’azienda di Maria Chindamo. Anche quest’anno, alle 10, si terrà “Illuminiamo noi le terre di Maria”. Qui verrà inaugurata una scultura commemorativa dell’artista Luigi Camarilla, illuminata grazie al sostegno dell’azienda Artemide in collaborazione con l’associazione Crisi come opportunità (Cco).

“Quel cancello – dice ancora Vincenzo – diventa qualche altra cosa. Era il simbolo della morte, brutto, arrugginito, decadente; oggi è un’opera d’arte. Da un dramma che voleva distruggere le idee di libertà di Maria e delle donne del territorio, è diventato un simbolo di tutto quel che c’è intorno alla sua storia: una rinascita, un riscatto del territorio, un cambiamento della mentalità”.
L’opera sarà ospitata in uno spazio pubblico, un giardino, progettato dagli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Itg, Iti e Ite di Vibo Valentia. Qui verrà rappresentato un estratto di “Se dicessimo la verità”, spettacolo teatrale di Giulia Minoli ed Emanuela Giordano, dedicato alla storia dell’imprenditrice. “La voce di Maria, grazie al teatro, parla ancora davanti a tutti e non è stata messa a tacere”, commenta Vincenzo.
“Non ci sono una data e un luogo simbolo in Calabria, rispetto alle vittime di ‘ndrangheta; diversamente da Cosa nostra”, osserva Giulia Minoli. “Ci sono tante storie terribili, tante storie d’impegno, ma sono sconosciute e restano qui. L’obiettivo è accendere i riflettori e rafforzare questa narrazione”.
Dal 2018, con la sua associazione Crisi come opportunità, Minoli organizza in Calabria, tra l’altro, laboratori di educazione alla legalità tramite il teatro. “Quella di Maria Chindamo – prosegue – è una storia universale. La storia di tante donne che qui in Calabria subiscono violenza, alcune pagando con la vita, altre vivendo una dimensione quotidiana difficile. Molti danno tutto come perduto, ma ciò che si può fare è sostenere chi, tutti i giorni, lavora su queste terre, e dare una dimensione nazionale di consapevolezza alla realtà calabrese”.
Nessuna protesta con le istituzioni davanti a quel cancello, per il 6 maggio. La famiglia di Maria Chindamo non si sente sola. “Nonostante l’assenza di verità e giustizia – dice Vincenzo – Maria e noi familiari ci sentiamo abbracciati idealmente dalle forze dell’ordine, dalla prefettura, dalla questura. Dietro i ruoli che svolgono ci sono uomini e donne; ci guardiamo come cittadini ed è una sensazione molto bella, incoraggiante, di giustizia”.
Chindamo ricorda la visita del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, qualche settimana fa; il 6 maggio ci sarà la sottosegretaria Wanda Ferro. “Forze dello Stato e cittadini scendono in campo per dire ‘ripartiamo da qui e costruiamo un riscatto’”.
Anche il guardasigilli Carlo Nordio ha inviato un messaggio agli organizzatori. “Maria Chindamo è diventata il simbolo di una nuova società calabrese. Una società che non si piega alle regole di un patriarcato violento; che non accetta la prepotenza di culture sanguinarie e ‘ndranghetiste; che invita la gente arrabbiata a trasformare quella stessa rabbia in speranza. Ogni 6 maggio, qui, si consolida un presidio di legalità”.
“Lo Stato, nella memoria di Maria, resta vicino ai familiari, agli amici di Maria, a queste terre mai dimenticate», prosegue il Ministro. Che conclude: “Perché sia chiaro che qui il messaggio dello Stato è tutt’altro che simbolico: in questa battaglia non resterete soli”.
La scomparsa di Maria Chindamo non è una vittoria per la ‘ndrangheta. Che non ha avuto le sue terre – ora sono amministrate dal gruppo cooperativo Goel – e non l’ha messa a tacere. “Un doppio fallimento”, conclude Vincenzo. Che profuma di libertà.
Nordio ricorda Maria Chindamo: “Simbolo nuova società calabrese”