In ricordo di Mario Amato, il giudice delle indagini nere

La stele che ricorda Mario Amato, ucciso il 23 giugno del 1980 dal gruppo terroristico Nar
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Il 23 giugno 1980 il magistrato Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, venne assassinato alla fermata del bus in viale Jonio, nel quartiere Montesacro dove da anni viveva con la famiglia.

Palermitano di nascita, aveva svolto il ruolo di sostituto già in Rovereto prima di essere trasferito, nel 1977, al tribunale capitolino di piazzale Clodio. Giunto a Roma, l’allora procuratore capo, Giovanni de Matteo, gli affidò l’incarico di proseguire le indagini avviate dal magistrato Vittorio Occorsio, ucciso nel 1976 per mano del neofascista Pierluigi Concutelli.

Amato si occupò delle indagini sui fenomeni eversivi dei gruppi di estrema destra, attivi nel panorama romano e nazionale durante i cosiddetti anni di piombo, e intuì una connessione tra terrorismo nero, criminalità organizzata e parti deviate del potere pubblico. “Sto arrivando alla visione di una verità d’insieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi” dichiarò davanti al Consiglio superiore della magistratura pochi giorni prima di morire.

La mattina del 23 giugno, come ogni giorno, da solo e senza scorta, aspettava il solito bus per recarsi a lavoro. Due appartenenti ai Nar, Nuclei armati rivoluzionari, in sella a una moto, a pochi metri di distanza, spararono un colpo di rivoltella calibro 38, colpendolo alla nuca e lasciandolo sull’asfalto. Aveva 42 anni, una moglie e due figli.

A 24 ore dall’omicidio, una telefonata: “Siamo i Nar, rivendichiamo l’omicidio del giudice Amato. Troverete un volantino nella cabina telefonica di via Carlo Felice”. Il volantino così recitava: ”Abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore dottor Amato, per la cui mano passavano tutti i processi a carico di camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri la pagheranno”.

Pochi mesi prima dell’accaduto, in un altro discorso tenuto davanti ai colleghi del Csm, Amato confidò di sentirsi un bersaglio mobile. Nonostante ciò, rifiutò la protezione della scorta in favore dei colleghi impegnati nelle indagine sul “più pericoloso” terrorismo rosso.

Ricordato come il magistrato dalla scarpa rotta, per un buco nella suola delle scarpe che indossava quella stessa mattina. Sarà l’ultimo giudice vittima dell’estremismo politico in Italia.