Jazz in Dozza: il concerto “itinerante” di Fresu per i detenuti

Il trombettista Paolo Fresu (Wikipedia)
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Una tromba suona nel carcere di Bologna. Il suo timbro si diffonde, trapassa i muri, entra nei corridoi, nelle sezioni. E arriva ai detenuti nelle loro celle. Il prossimo 13 maggio, la Dozza accoglie Paolo Fresu con un concerto “itinerante”: l’artista jazz suona passeggiando col suo strumento all’esterno dei blocchi detentivi, dopo l’orario di chiusura delle camere. E oltre 800 detenute e detenuti della struttura si godono lo spettacolo.

“Un happening potente – dice Fresu a gNews -, che trasforma in poesia comunicativa la riflessione sulla detenzione e sulla ‘presenza di gravità’ nelle carceri”. Il musicista si riferisce al titolo dell’iniziativa: Viaggio nello spazio (in presenza di gravità), per accorciare la distanza siderale tra carcere e città. Il copyright è di Alessandro Bergonzoni; sua è anche la paternità dell’idea. Due anni fa il comico e drammaturgo fece un evento alla Dozza, ma per la capienza della sala cinema solo un gruppo di detenuti selezionati poté vederlo.

Con il concerto itinerante si agevola l’accesso alla cultura per tutte le persone recluse con il minimo sforzo logistico: non servono permessi, non serve scegliere chi includere, né organizzare turni specifici per la polizia penitenziaria. “Non sono i detenuti che vanno a sentire il concerto, ma è la musica che li raggiunge nella loro quotidianità, mentre fanno altro”, dice a gNews la direttrice della Dozza, Rosa Alba Casella.

Il concerto, intervallato da alcuni versi in molte lingue interpretati da Bergonzoni, è un’esclusiva per le persone recluse. Solo dopo, con circa trenta minuti di scarto, lo spettacolo viene trasmesso dalla sala Farnese a Palazzo d’Accursio, sede del Comune, in Piazza Maggiore, e poi su Rai Radio 3. Una volta tanto, i “liberi” non hanno il privilegio di accedere per primi agli eventi culturali.

“Le carceri sono quasi sempre in periferia, lontano dal centro. La distanza porta mentalmente a isolare i detenuti ancora di più”, dice a gNews Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio carcere della Camera penale di Bologna, promotrice dell’evento. Le note fanno da ponte tra due posti della stessa città, “un segno e un suono forte che apre i cancelli e abbatte i muri”, aggiunge Fresu. Non solo muri, ma anche barriere – come quelle linguistiche -, tramite la musica che è un linguaggio universale. “Da due anni a questa parte stiamo dando grande spazio alla musica e allo sport, perché è cambiata la tipologia dei detenuti. Il 60% sono stranieri, e c’è un’alta percentuale di ragazzi tra i 18 e i 29 anni. La musica attrae di più, ed è condivisa da tutte le culture”, spiega Casella.

Il carcere di Bologna è al centro dell’attenzione della città. È sempre di Bergonzoni, con il sostegno della Camera penale, l’idea di Uscire per motivi spettacolari: le persone detenute e in misura alternativa possono accedere gratis coi loro familiari agli eventi culturali di tutti i teatri cittadini. Un’occasione preziosa per incontrare una persona cara, o anche solo per parlare con qualcuno “là fuori”. Si tratta, per l’avvocato Sebastiani, di “dare un’opportunità a chi non ce l’ha. Ma anche di normalizzare l’idea che seduta al proprio fianco, a teatro, potrebbe esserci una persona reclusa”. In prospettiva, si pensa di estendere l’iniziativa anche ai musei cittadini.

Di febbraio è la mostra installata all’interno del carcere dell’artista albanese Anila Rubiku, nell’ambito di Art City Bologna. Anche qui è presente lo scambio virtuoso – e reciproco – tra il dentro e il fuori. “Non ci interessa solo che la gente possa entrare in carcere per conoscerlo, ma anche creare opportunità per i detenuti. E l’arte è veicolo di cambiamento: se vedi, o senti, qualcosa di diverso da ciò che hai conosciuto finora, forse ti si apre una nuova prospettiva”, sottolinea la direttrice Casella.

Il concerto itinerante per i blocchi della Dozza, tra le detenute e i detenuti, per Fresu si fa impegno civile. “Essere artisti e musicisti non esula dall’essere cittadini”, dice; “usare la musica, in questo caso il ‘megafono’ di una tromba, per amplificare i messaggi e indurre a delle riflessioni, credo sia una responsabilità dalla quale non possiamo prescindere”.