La Liberazione e i caduti della Penitenziaria

La Liberazione e i caduti della Penitenziaria
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Il prossimo 25 aprile si celebra l’80° anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal fascismo. Più semplicemente la Liberazione, decretata nel 1946 festa nazionale per ricordare e celebrare la lotta condotta dai partigiani e dall’esercito a partire dall’8 settembre 1943. Una festa che inizia con il doveroso e solenne omaggio del Presidente della Repubblica e delle massime cariche dello Stato al sacello del Milite Ignoto, dove una corona d’alloro viene deposta in ricordo dei caduti italiani nelle guerre.

Anche il Corpo di polizia penitenziaria ha pagato un pesante tributo di sangue per il contributo che alcuni suoi appartenenti hanno svolto nelle file della Resistenza.

Ricordiamo l’eroismo di Gennaro Capuano, Enrico Marchesano e Giuseppe Patrone. In servizio nelle Carceri giudiziarie “San Francesco” di Parma, i tre agenti di custodia operavano nella Resistenza parmense, prodigandosi nell’aiutare i detenuti politici sottoposti a trattamento disumano. Scoperti da una spia nazi-fascista infiltrata tra i detenuti, furono arrestati e sottoposti a feroci sevizie.

All’alba del 19 agosto 1944, a sei giorni dall’arresto, furono portati nel cortile del carcere e fucilati da un plotone di esecuzione composto dai loro stessi colleghi, come avevano voluto le autorità della Repubblica Sociale Italiana. Un secondo plotone, denominato “Battaglione della Morte”, venne posizionato alle spalle di quello composto dagli agenti, pronto ad aprire il fuoco su di essi se l’ordine non fosse stato eseguito. Gli ausiliari dapprima si rifiutarono di sparare, poi intervenne il responsabile del servizio d’ordine all’interno del carcere per obbligarli a compiere l’orribile gesto. Le ultime parole di Giuseppe Patrone, rivolto ai colleghi costretti ad assistere all’esecuzione, furono: “Coraggio, dite a mio figlio che muoio per un’idea”.

Il 10 ottobre 2008 Gennaro Capuano, Enrico Marchesano e Giuseppe Patrone furono insigniti di Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria.

Ricordiamo il coraggio dell’agente Andrea Schivo, in servizio nelle Carceri giudiziarie di Milano “San Vittore” e addetto al V raggio gestito dalle SS, che ospitava i prigionieri ebrei per conto del comando germanico di Polizia di Sicurezza. Pur consapevole della ferocia nazista nel punire chiunque fosse stato scoperto a fornire assistenza agli ebrei, Schivo non esitò ad adoperarsi per i prigionieri e le loro famiglie.

Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1944, sul pavimento di una cella del V raggio, occupata da una famiglia ebrea, i tedeschi rinvennero un osso di pollo, evidente resto di un pasto che non poteva certo essere stato servito dalla mensa del carcere. I sospetti caddero subito su un agente di custodia che poteva aver fatto da staffetta con l’esterno. La famiglia fu sottoposta a interrogatorio e torturata: alla fine confessò il nome del benefattore. Andrea Schivo fu arrestato e trattenuto per un breve periodo a San Vittore; dopo qualche giorno fu deportato nel lager di Bolzano e da qui nel campo di concentramento di Flossembürg, dove morì il 29 gennaio 1945 a seguito dei maltrattamenti subiti.

Il 13 dicembre 2006 l’agente Andrea Schivo fu insignito dell’onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”, massimo riconoscimento concesso dallo Stato d’Israele. Il 13 settembre 2007 è stato insignito di Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria. Oggi porta il suo nome la Scuola di Formazione di Polizia Penitenziaria di Cairo Montenotte (SV).

Ricordiamo infine il sacrificio di Pasquale Mangiapia, agente in servizio nelle Carceri Giudiziarie di Novi Ligure (AL), ma anche staffetta partigiana che militava nelle file della I Brigata dell’VIII Divisione “Giustizia e Libertà”. Il 26 aprile 1945 ricevette l’incarico di recapitare un ordine al Comandante della Divisione, impegnato in combattimento contro le truppe nazi-fasciste nella zona di Casteldragone a Novi Ligure.

Nonostante fosse consapevole del rischio che correva, l’agente Mangiapia affrontò il violento fuoco nemico che sbarrava l’accesso alla zona e si trovò coinvolto nelle fasi più aspre del combattimento. Ferito a morte da una raffica di mitra tedesco, prima di spirare, con sforzo sovrumano, riuscì a consegnare il messaggio a un commilitone. La sua morte fu riconosciuta come dipendente da causa di servizio.