Locri, il carcere tra speranza e inclusione

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La casa circondariale di Locri ha ospitato un intenso momento di preghiera e riflessione ecumenica, rivolto alla popolazione detenuta. L’incontro, promosso dal cappellano don Crescenzo Demizio con il sostegno dell’area educativa e della Polizia Penitenziaria, ha visto la partecipazione di rappresentanti di diverse confessioni religiose, a testimonianza di un cammino condiviso di fede e umanità.

Tra i presenti, don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, il monaco ortodosso del Monastero di San Giovanni Theristis di Bivongi e padre Enzo Chiodo, delegato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

La direttrice del carcere, Valentina Galati, ha espresso gratitudine al Vescovo di Locri Francesco Oliva e a tutti gli intervenuti, sottolineando il valore dell’incontro interreligioso come strumento per infondere speranza nelle fragilità della vita carceraria. “Le fedi – ha dichiarato – aiutano a trasformare il dolore in possibilità di rinascita.”

Al centro della riflessione, il messaggio di speranza veicolato da padre Enzo Chiodo che ha illustrato l’icona della Resurrezione cara alle chiese orientali: Cristo che scende agli inferi per liberare i prigionieri. “Dio entra nella nostra fragilità per liberarci” ha detto, invitando i presenti a chiedere con insistenza il dono della pace interiore e a vivere il carcere come una comunità o come una famiglia.

Don Grimaldi ha richiamato l’impegno della Chiesa per i detenuti, citando l’esempio di Papa Francesco che ogni Giovedì Santo si è recato per la lavanda dei piedi in un carcere, ed esortando a vivere il tempo della detenzione come occasione di vera libertà interiore, lontano dal passato e aperto al futuro.

Don Crescenzo ha ricordato la pluralità religiosa e personale dei detenuti a Locri, lodando il clima di comunione anche con la Chiesa ortodossa. “Ciò che conta è la vicinanza” ha affermato “riconoscendoci tutti fratelli dell’unico Padre.”

Il momento si è concluso con una preghiera in lingua rumena sulla Resurrezione e con il Padre Nostro recitato insieme. In cappella, alcune candele accese dai detenuti hanno simboleggiato la luce che resiste anche dietro le sbarre: “Oltre le tenebre, restiamo figli della Luce.”

In questa stessa prospettiva di speranza e rinascita si inserisce il progetto 8×1000 “PRO.ME – Profeti di speranza, mendicanti di riconciliazione”, promosso dalla Caritas Diocesana di Locri-Gerace. L’iniziativa testimonia un impegno costante della Caritas nel valorizzare percorsi rieducativi e di inclusione sociale per i detenuti del territorio. Dal 2024 ha, infatti, attivato un laboratorio di confezionamento di saponi all’interno del carcere e grazie al progetto, alcune aziende esterne, tra cui il porto di Roccella Ionica, hanno assunto detenuti per offrire loro la possibilità di apprendere un mestiere e acquisire competenze concrete.

Un chiaro segnale di come sia possibile trasformare la vita di chi ha vissuto l’esperienza carceraria, offrendo reali opportunità di reinserimento sociale e lavorativo.

Viola Mancuso