Luci sulla casa di reclusione femminile di Trani

FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

Nei 4 istituti penitenziari femminili – Pozzuoli, Roma Rebibbia (il più grande d’Europa), Trani e Venezia Giudecca – si trova circa il 25% delle detenute. Le altre sono ospitate nelle 48 sezioni dedicate nelle carceri maschili. Anche se la riforma dell’ordinamento penitenziario, entrata in vigore nell’ottobre del 2018, prevede che le detenute in apposite sezioni all’interno di istituti maschili debbano essere in “numero tale da non compromettere le attività trattamentali” , vi sono ancora tanti Istituti pensati e organizzati per uomini e, alle poche donne presenti sono destinate attività più limitate. Ma se le criticità delle sezioni femminili sono note, com’è la vita nelle carceri femminili? E’ davvero più facile offrire opportunità risocializzanti alle detenute?

Giuseppe Altomare, direttore della casa di reclusione femminile di Trani, ci racconta l’esperienza nel suo istituto.

Sono più le luci che le ombre alla casa di reclusione femminile di Trani. Può sembrare un luogo comune, ma in effetti non lo è, considerate tutte le volte che ti viene voglia di mollare, quando risolto un problema, ne saltano fuori altri dieci e così via. Ma il carcere femminile di Trani è un luogo che ha in sé elementi di magia. Il luogo, appunto, per cominciare. Un antico monastero benedettino, poi domenicano, carcere dal 1860, situato nel pieno centro della splendida città di Trani, a due passi dal mare. Poi ci sono le persone: il personale di Polizia penitenziaria, quasi tutto femminile; le suore, tre suore di grande esperienza, che vivono l’Istituto da quando avevano 18 anni, le sole rimaste del gruppo religioso iniziale che contava 15 unità. Hanno sempre lavorato insieme, fianco a fianco, poliziotte e suore, senza alcuna retorica, in un rapporto franco e corretto.

Infine, ma non per ultime, ci sono le donne detenute, con particolare riferimento a quelle condannate con sentenza definitiva, che mostrano, spesso, una autentica disponibilità a rivedere il proprio passato e i propri errori. Pochi (qualcuno dirà per fortuna) i riferimenti maschili: il cappellano, il direttore, qualche poliziotto, qualche insegnante, qualche medico.

Con questi presupposti è possibile avviare attività trattamentali interessanti. Si parte dal lavoro in sartoria, dalla scuola, dai corsi di formazione professionale (in particolare trucco e parrucchiere), per arrivare ad attività teatrali, attività ludico-motorie, fino ad incontri di gruppo di psicoterapia con specialisti della ASL BT, a incontri sulla Divina Commedia con volontari illuminati e adeguatamente comunicativi, e così via. Il posto è, evidentemente, attrattivo anche per la società esterna. La struttura è vetusta, non mancano certo i problemi di manutenzione. Ma le donne pranzano tutte assieme in una sala comune, i momenti di raccoglimento nella antica chiesetta interna trasudano una spiritualità autentica. Si può guardare la persona piuttosto che la pena. Almeno qui si può fare.