“Mai più cosa vostra”, i legami tra violenza di genere e mafia

Illustrazione contro la violenza di genere di Davide Bonazzi
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C’è un filo che unisce la violenza di genere e la violenza mafiosa. Entrambe si nutrono della convinzione che il dominio sia retaggio maschile, e che l’unica cifra possibile per la donna sia la subalternità. Entrambe usano come mezzo l’aggressività. Entrambe hanno una radice comune nelle pieghe di un mondo costruito dai maschi e per i maschi. Il libro Mai più cosa vostra, scritto dall’avvocata Ilaria Ramoni e del presidente del tribunale di Milano Fabio Roia, cerca di analizzare i tratti comuni di queste due forme di violenza.

Storicamente, il diritto procede a passo di lumaca nel contrasto alla violenza di genere. Fino a poco tempo fa, in modo nemmeno tanto sottile, agevolava il fenomeno. Mai più cosa vostra fa un utile elenco di tutte le storture della legislazione che hanno resistito per decenni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Alcune di queste distorsioni le ha citate anche il ministro Carlo Nordio, intervistato sul Giornale in occasione del 25 novembre. Dallo ius corrigendi, che permetteva di picchiare le donne della famiglia per ‘educarle’, alla punibilità dell’adulterio solo quando a commetterlo era una donna. Fino al 1981 esistevano il delitto d’onore, con una riduzione di pena per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella di cui si era scoperta l’“illegittima relazione carnale”; e il matrimonio riparatore, causa di estinzione del reato di stupro. Bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia inclusa nel novero dei reati contro la persona; prima era un delitto contro l’onore. Ancora oggi esiste qualche incrostazione patriarcale nel codice civile: lo standard di diligenza in ambito contrattuale è quello del “buon padre di famiglia”.

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Decine gli esempi, illustrati nel libro, di violenza di genere che si lega a doppio filo con la violenza mafiosa. Decine di donne che hanno deciso di dire un doppio no. Come Franca Viola, prima donna nella storia italiana ad aver rifiutato il matrimonio riparatore con un mafioso che l’aveva violentata. Come Lea Garofalo, figlia di ‘ndranghetisti, uccisa dal marito e dai suoi sodali per essere diventata testimone di giustizia. Come Anna Nocera, che nel 1878 fu la prima vittima di femminicidio di mafia, uccisa perché rimasta incinta dopo la violenza del “padrone” per cui lavorava. Alla triste lista va aggiunta Maria Chindamo, l’imprenditrice calabrese vittima di lupara bianca.

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Un percorso spesso costato la vita alle donne, fino ai giorni nostri. È cresciuta una certa sensibilità per le diverse forme di violenza di genere; non abbastanza per potersi parlare di eliminazione del fenomeno. Il presidente del tribunale di Milano Fabio Roia, contattato da GNews, non usa mezzi termini. “Dobbiamo fare una rivoluzione culturale, ovviamente civile, per cambiare questa cultura del patriarcato che permane. Bisogna agire tutti nella stessa direzione”, dice il magistrato.

Dal punto di vista repressivo, la legislazione italiana è avanti. Il 25 novembre è stato approvato all’unanimità il nuovo reato di femminicidio (art. 577-bis c.p.), proposto anche su iniziativa del ministro Nordio.

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In cantiere è la modifica del reato di violenza sessuale, disciplinato dall’articolo 609-bis del codice penale. In particolare il nuovo primo comma, se approvato, incriminerebbe chiunque compia, faccia compiere o subire atti sessuali a un’altra persona, senza il suo “consenso libero e attuale”. Per il presidente del tribunale di Milano, la modifica “ha una valenza simbolica di attualità e di prospettiva: ci allineiamo a diverse legislazioni europee e introduciamo un principio di civiltà giuridica”. L’obiettivo è anche agevolare la prova per la vittima: “c’è sempre violenza sessuale laddove non c’è un consenso attuale della donna: quindi prima e durante l’atto sessuale”, spiega il magistrato.

La modifica, in sostanza, vuole tutelare la donna in tutti quei casi di minorata difesa: non si subiscono violenze o minacce, eppure non ci sono le condizioni per parlare di un rapporto sessuale voluto. Come nella triste vicenda di Gisèle Pelicot, che ha scosso l’opinione pubblica mondiale: drogata e resa inerme, è stata indotta dal marito ad avere rapporti con decine di uomini. “La violenza e la minaccia c’è stata in quel caso? Giuridicamente è complicato provarlo. Ma bisogna pensare all’umiliazione, alla forza che deve avere una donna per dover dimostrare che lei non era consenziente, che se fosse stata in sé, non avrebbe mai accettato quei rapporti sessuali”, spiega a GNews l’avvocata Ilaria Ramoni (interviste rilasciate prima della richiesta di ulteriore dibattito parlamentare sulla modifica, n.d.r.).

Ma non di sola repressione si nutre il contrasto alla violenza di genere. Le leggi “sono state fatte e sono molto buone”, conferma Roia. Tuttavia, prosegue il magistrato “ci sono le politiche, e poi la prevenzione, gli investimenti, che sono lacunosi: per esempio i finanziamenti ai centri antiviolenza o a tutte quelle agenzie della rete di accoglienza per le donne”.

"Smash the patriarchy", murale realizzato a Milano nel novembre 2024 dalla street artist Laika.
“Smash the patriarchy”, murale con Giulia Cecchettin e Giséle Pelicot realizzato a Milano nel novembre 2024 dalla street artist Laika.

L’avvocata Ramoni nota che a differenza del settore antimafia, che ha ormai raggiunto una sua maturità – con misure anche preventive codificate – nel contrasto alla violenza di genere non c’è ancora una visione di sistema. “Si vanno a votare in modo unanime alcune norme fondamentali – prosegue la legale -, ma ancora si discute e ci si divide su termini come maschilismo e patriarcato e sulla necessità dell’educazione sesso-affettiva nelle scuole”.

Che sia prioritario agire sull’aspetto culturale lo dimostra l’età sempre più bassa di autori e vittime di violenza. Nel solo circondario di Milano si registra un incremento dei condannati per reati orientati dal genere nella fascia 22-31 anni, con una crescita del 14% rispetto al 2024. Ma c’è un balzo del 10% anche nella fascia 18-21 anni. Dal lato delle vittime, le giovani donne tra i 18 e i 25 anni sono in aumento: 144 rispetto alle 127 del 2024 (+12,9%).

Segno che “quel modello patriarcale che di fatto è stato eliminato con la riforma del diritto di famiglia del 1975 tende a perpetuarsi nel mondo delle giovani generazioni”, commenta Roia; “un po’ perché le famiglie lo insegnano ai loro figli maschi; un po’ perché evidentemente la prevenzione non fa presa”.

Altra questione riguarda le parole. In particolare, quelle pronunciate nelle aule di giustizia. “Com’eri vestita?” è la domanda che, ancora troppo spesso, le vittime di violenza di genere si sentono fare in tribunale. Come se il fatto di reato, oltre che l’esito processuale, fosse legato alle abitudini e alla moralità della donna. Domanda che ne sottintende un’altra: “Quanto te la sei cercata?”. Si chiama vittimizzazione secondaria, ed è un modo per scaricare la responsabilità dell’accaduto sulla stessa vittima. Eppure nel classico caso del furto in metropolitana, si nota nel libro Mai più cosa vostra, “a nessuno viene rimproverato di avere messo il portafoglio in una posizione che poteva favorire il borseggio”.

Inaugurazione della mostra ‘Com’eri vestita?’ al tribunale di Milano, 29 Ottobre 2024. Credit: Ansa/Matteo Corner

Ci sono poi differenze linguistiche sottili, ma non meno importanti. Per esempio, l’abusato termine stalking al posto di atti persecutori: richiama la caccia ed edulcora il delitto, derubricandolo ad atteggiamento predatorio e insistente, tutto sommato giustificabile. “È un termine troppo elegante”, nota Roia. “L’atteggiamento e il linguaggio semantico sono molto importanti; per esempio, io uso crimini e non reati contro le donne; è un termine più forte. E ancora, è meglio parlare di stupro piuttosto che di violenza sessuale”, aggiunge il magistrato. Usare un linguaggio corretto crea una maggiore consapevolezza, scuote le coscienze, sensibilizza.

E poi, c’è la linea sottile tra conflittualità di coppia e violenza domestica. La prima, come spiega bene il libro, presuppone una simmetria nei rapporti di forza tra uomo e donna: una “parità di condizioni personali, economiche, culturali e sociali, in cui le parti sono reciprocamente violente”. Il presidente del tribunale di Milano evidenzia come “ancora troppe volte si aggettiva la violenza come strumentale, anche se è provata in pochissimi casi”.

Le parole sono importanti. Ma anche la percezione che, in un processo, siano state ridate voce e dignità alla vittima, specie se non c’è più. Nel novembre 2023 scuote le coscienze la vicenda di Giulia Cecchettin, la giovane studentessa universitaria uccisa dall’ex, Filippo Turetta. La vicenda giudiziaria si conclude in tempi record con una sentenza definitiva e una condanna all’ergastolo.

Il padre di Giulia Cecchettin, Gino, ha rinunciato all’appello – in discussione erano rimasti il riconoscimento degli atti persecutori e della crudeltà nel commettere l’omicidio. Cecchettin, spiegando le ragioni della sua scelta, dice: “non esiste una giustizia capace di restituire ciò che è stato tolto, ma esiste la consapevolezza che la verità è stata riconosciuta e che le responsabilità sono state pienamente accertate”. E ancora, “come padre, ho scelto da tempo di guardare avanti, perché l’unico modo per onorare Giulia è costruire, ogni giorno, qualcosa di buono in suo nome”.

Per Ramoni, “quando si dà centralità al racconto della vittima e si ridà una giustizia quasi sociale a quello che è accaduto, anche i familiari non chiedono necessariamente tre ergastoli”.

Una pena giusta, anche per riscattare, in una sorta di contrappasso positivo, quei crimini contro le donne che restano nel chiaroscuro degli accertamenti processuali. Il presidente Roia riporta un caso limite. Quando era pubblico ministero, chiese e ottenne la riapertura delle indagini per la vicenda di una donna ridotta in stato vegetativo dopo essere stata investita. E che aveva già presentato denuncia per violenze subite in ambito familiare.

“Interrogando questa donna, che si esprimeva soltanto battendo le ciglia – ricorda Roia –, le chiedemmo per la prima volta se fosse stato il marito a investirla. Lei si mise a piangere, e sbatté le ciglia in senso affermativo”. L’esito, però, non fu quello sperato dagli inquirenti: “in dibattimento non riuscimmo a far condannare il marito – spiega il magistrato; per l’aggravamento dello stato di salute di quella donna, il giudice ritenne che quel battito di ciglia non potesse essere considerato un atto d’accusa”.

 

 

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Copertina del libro “Mai più cosa vostra”, di Ilaria Ramoni e Fabio Roia (Frecce Mondadori, 2025, 144 pp.). 

 

Credit illustrazione copertina: Davide Bonazzi