Non solo cinema: Zustissia, voci ed emozioni di una storia necessaria

Zustissia_Film_FrancescoPiras (credit Piper Film)
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“Facevo il servo pastore che è diverso dal pastore. Ho avuto sempre e solo pecore o capre, vacche mai. Dopo, durante i processi, hanno detto che avevo dei bovini, non era vero”. Inizia così Zustissia, il film diretto da Francesco Piras, che racconta la vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo nel 1991 per un triplice omicidio avvenuto all’interno dell’ovile Cuile is Coccus, nelle campagne di Sinnai, in provincia di Cagliari.

Il lungometraggio, definito un’opera di impegno civile, tratta del più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica italiana, diventato il simbolo della giustizia fallibile. Tratto dal libro Io sono innocente, scritto da Beniamino Zuncheddu e Mauro Trogu, l’avvocato che ha sposato la causa, il film, che non esaspera ma si limita a narrare i fatti, alterna scene di ampi spazi nelle tranquille campagne sarde agli spazi angusti delle celle buie di Buoncammino, Uta e Badu ‘e Carros, i tre penitenziari in cui è stato recluso.

Il servo pastore, interpretato da un intenso Fabrizio Ferracane, è un uomo segnato dal tempo e dal peso dell’ingiusta detenzione. I lunghi primi piani catturano silenzi e sguardi spaesati, brevi cenni di sorriso di un uomo ormai cinquantenne che, a chi gli propone di accedere alla libertà condizionale, risponde: “Se chiedo scusa è come dire che ho una colpa. La mia coscienze è pulita e così deve restare”. Nonostante i 33 anni passati in carcere, Beniamino crede ancora nella Giustizia: “Illusioni non me ne faccio più ma la speranza… quella non l’ho mai persa”.

Si viene investiti dalla rabbia della famiglia e della piccola comunità in cui Zuncheddu ha vissuto fino all’età di ventisei anni. Il film racconta l’arresto avvenuto la sera del 27 febbraio 1991: la serenità di una famiglia come tante che, mentre guarda Sanremo in televisione, viene travolta dalle Forze dell’ordine che prendono in custodia Beniamino. Passano venticinque anni e in carcere si presenta Mauro Trogu, un avvocato che decide di accettare l’incarico pro bono per raccogliere elementi e puntare alla revisione del processo. Tanti i temi trattati: dalle condizioni delle carceri ai rapporti che spesso si instaurano tra detenuti e agenti, dall’utilizzo dei mass media nei casi di cronaca al ruolo svolto dal Partito Radicale; dai clamorosi errori al rigore e alla devozione professionale dei magistrati che, riesaminando gli atti, assolvono finalmente Zuncheddu. Perché, come ricorda il Giudice durante l’udienza: “La Giustizia non vuol dire avere un condannato o un assolto, Giustizia vuol dire Giustizia“.

In una delle scene finali, nello splendido panorama sardo, la voce fuori campo ricorda a tutti: “Magistrati e Forze dell’ordine possono sbagliare ma è anche vero che senza carabinieri, poliziotti onesti e senza magistrati con la M maiuscola, oggi Beniamino Zuncheddu non sarebbe un uomo libero“.

Scorrendo i titoli di coda, compaiono le righe dedicate alla proposta di legge ispirata alla vicenda di Zuncheddu che punta a garantire un sostegno economico immediato in favore degli innocenti ingiustamente incarcerati, in attesa delle riparazioni stabilite per legge. La raccolta firme è stata gestita dal portale del ministero della Giustizia.