Non tutelato diritto di vedere figlia, Corte europea condanna l’Italia

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“La Corte considera che le autorità nazionali non abbiano fatto sforzi adeguati e sufficienti per far rispettare il diritto di visita del ricorrente e che abbiano violato il diritto dell’interessato al rispetto della sua vita famigliare”. Con queste parole, inserite nella sentenza del 5 dicembre 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato ricevibile il ricorso di un uomo italiano, Valter Luzi sul caso dell’affidamento di sua figlia, in particolare, sul fatto che non siano state adottate dallo Stato italiano tutte le misure necessarie al corretto svolgimento della relazione tra padre e figlia.

La vicenda nasce nel luglio 2009, quando Luzi si separa dalla compagna che, successivamente, torna a vivere dalla sua famiglia portando con sé la figlia, allora di appena quattro mesi. L’affidamento viene concesso in via esclusiva alla madre, concedendo al padre la possibilità di incontri settimanali. Sin dal primo momento l’uomo segnala le difficoltà che incontra nel vedere la bambina e subito richiede l’affidamento condiviso. Con il passare degli anni le difficoltà aumentano. Nel 2014 il Tribunale ordina all’ex compagna di Luzi di non reiterare comportamenti “ostativi” e in seguito, nel 2015, predispone l’affidamento congiunto dopo la segnalazione di atteggiamenti ostili della figlia nei confronti del padre. Nella sentenza, che ipotizza un rischio psicologico per la piccola, si utilizza il verbo “aizzare”. Nonostante le decisioni del tribunale, l’ex compagna di Luzi non cambia atteggiamento tanto da portare, nel febbraio 2017, i servizi sociali a richiedere una valutazione psicologica.

A pagare, secondo la Corte di Strasburgo, per tutto il periodo è stato Luzi, che ha visto il suo diritto di incontrare la figlia ripetutamente contrastato dalla ex compagna.

Nel 2017 il governo italiano presenta un’obiezione con cui indica che, nel caso in questione, sono state adottate, senza ritardo, misure e strumenti adeguati e sufficienti per la tutela degli interessati e dei loro diritti. Invece la Corte edu ha respinto l’obiezione stabilendo che tali misure non sono state adeguate e che i diritti della bambina debbono essere sempre prevalenti.

Alla luce di questo ha disposto che Luzi debba essere risarcito dallo Stato italiano con oltre 23.000 euro.

 

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