Pari dignità: indennità di disoccupazione anche ai detenuti-lavoratori

Corridoio all'interno del carcere di Bollate
FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

La disciplina del lavoro svolto in carcere dai detenuti, anche in favore dell’Amministrazione penitenziaria, deve essere equiparata a quella riconosciuta al lavoratore in libertà.
E’ quanto ha stabilito il 15 dicembre scorso il giudice del lavoro del Tribunale di Venezia accogliendo il ricorso presentato contro la decisione dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) che aveva negato l’indennità NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) al detenuto che, a causa della scarcerazione, era rimasto senza lavoro.
La norma istituita nel 2015 prevede che possano usufruire della NASpI, tutti quei soggetti con rapporto di lavoro subordinato che si vengano a trovare in condizioni di “disoccupazione involontaria”.

La storia inizia quando viene scarcerato il detenuto che in carcere svolgeva attività lavorativa in favore dell’Amministrazione penitenziaria, come “addetto alla assistenza di soggetto disabile”. Con l’uscita dall’istituto penitenziario, il soggetto si ritrova in ‘disoccupazione involontaria’, giusto il presupposto richiesto dalla legge per usufruire della indennità NASpI.

Presentata domanda all’INPS, l’istituto rigetta, argomentando che l’attività lavorativa svolta alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria non può essere equiparata a quella svolta – in carcere – alle dipendenze di soggetti diversi o, ancor meglio, all’esterno, cioè al cosiddetto “lavoro libero”.

Questo perché, l’attività lavorativa svolta in condizioni di detenzione (a cui si accede per domanda e a rotazione con gli altri detenuti) – secondo l’INPS che rigetta richiesta – “ha caratteri del tutto peculiari per la sua precipua funzione rieducativa e di reinserimento sociale”.

Il giudice del lavoro del Tribunale di Venezia sentenzia equiparando le due tipologie di lavoro, quello libero e quello prestato in carcere, e nello specifico riconoscendo che non si trattava di un rapporto di lavoro “a rotazione” e che non prevedeva periodi di inattività, avendo il detenuto lavorato in via continuativa. Ma, soprattutto, ritenendo che la negazione di questo diritto “confliggerebbe con il principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione”, perché “i detenuti alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, sarebbero così gli unici a versare la contribuzione atta a finanziare la NASpI senza poterne usufruire”.