Pistoia, alla scoperta dei tesori dell’archivio storico del carcere

Pistoia, le carte segrete custodite nell'archivio del carcere
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Dentro faldoni impolverati, il tempo custodisce documenti e oggetti preziosi. Anche in un carcere. A Pistoia, Capitale italiana del Libro 2026, il penitenziario cittadino e i tesori del suo archivio sono stati protagonisti di due incontri.

L’iniziativa è dell’associazione Storie, trame e narrazioni Odv. Lo scorso 16 maggio, la vicepresidente Rosa Cirone, funzionaria del Dap in pensione, ha portato i molti cittadini curiosi alla scoperta dei faldoni custoditi nel penitenziario, durante una conferenza presso la Biblioteca San Giorgio del comune toscano. Il 21 maggio, i pistoiesi hanno potuto visitare l’archivio del carcere.

Un filo lungo più di un secolo lega il vecchio istituto delle Stinche a quello attuale di Santa Caterina in Brana. Un filo ricco di storie e aneddoti, portati alla luce grazie all’opera di inventariazione di Cirone e all’interessamento della direttrice del carcere, Loredana Stefanelli. “Sono tanti i documenti preziosi custoditi nei penitenziari italiani”, dice a gNews Cirone; atti, questi, “che potrebbero essere catalogati e versati nell’Archivio di Stato”.

Dagli archivi di Pistoia, per esempio, viene fuori una bicicletta degli anni ’40: sequestrata e custodita dal tribunale, venne acquistata dal direttore del penitenziario e usata dagli agenti di custodia per controllare i detenuti che lavoravano all’esterno.

Pistoia, le carte segrete custodite nell'archivio del carcere
Pistoia, le carte segrete custodite nell’archivio del carcere

Nel 1943, a causa dei bombardamenti, i reclusi vennero trasferiti dal carcere di Pistoia al manicomio cittadino di Ville Sbertoli. In archivio sono conservati il progetto di relazione tecnica, i disegni, le foto del trasloco nei cosiddetti “villini”. “Lì i detenuti stavano meglio perché, finalmente, potevano guardare il cielo, il sole, dalla loro cella”, spiega ancora Cirone.

L’archivio del carcere di Pistoia restituisce gli spaccati della vita in istituto. Come il registro dei matrimoni celebrati tra gli anni ’30 e ’50 del ‘900. E succedeva, come emerge dai documenti dell’archivio, che quando i detenuti non avevano nessun familiare, a fare da testimoni erano gli agenti di custodia.

“C’è anche il caso di un matrimonio in cui la donna aveva già una bambina, e il detenuto, appena si sposarono, decise di adottarla”, racconta Cirone. E poi il “registro di patronato”, con l’elenco di tutte le associazioni di volontariato che, negli anni ’50, operavano all’interno dell’istituto. A testimonianza, conclude Cirone, di “come la storia del carcere si rivela essere storia del territorio”.