Agente Ulisse-detenuto Samuele, l’amicizia batte
il tempo e i pregiudizi

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“Mi chiamo Samuele e vivo a Milano. Dal 1985 al 1988 sono stato detenuto presso la casa penale di Massa”: comincia così, con una mail indirizzata al ministero, la storia di un’amicizia ritrovata dopo più di trent’anni.

I protagonisti sono Ulisse e Samuele, all’epoca entrambi 25enni, il primo appuntato degli agenti di custodia – come si chiamavano allora – e l’altro rapinatore “per vocazione”, convinto di essere una specie di Robin Hood che sottrae alle banche il “maltolto”.

Ulisse, l’appuntato, è un sardo tutto d’un pezzo: gli stessi colleghi lo considerano troppo riservato, i detenuti un ‘duro’ dal quale è meglio stare alla larga. Samuele, il rapinatore, viene da Petrizzi, Calabria interna: ma da quando aveva cinque o sei anni la famiglia si è trasferita a Milano e lui si è scontrato con una realtà da emigrante difficile da accettare, soprattutto da uno che sente di avere capacità e il futuro davanti.

Il sipario si apre nella Casa di reclusione di Massa, ufficio magazzino e “buca pranzi”: quello che i detenuti vedono solitamente come un muro, al quale andare a chiedere i periodici ricambi delle lenzuola e i pacchi viveri arrivati dai familiari.

L’appuntato Ulisse: “Ero arrivato a Massa nel 1980, appena ultimato il servizio militare da agente ausiliario: ci sarei rimasto fino al giugno 1999, nonostante fosse sempre vivo il desiderio di tornare a casa”. Il detenuto Samuele: “Ero stato condannato in primo grado a 11 anni di reclusione, poi ridotti a sette in appello: tradito dalle intercettazioni telefoniche con i miei complici, perché in fondo eravamo solo… tre amici al bar”.

L'appuntato Ulisse, oggi
Ulisse, oggi

Ulisse: “Ero il responsabile del servizio, ma al massimo avevo solo due lavoranti. Era normale che ci si affidasse a un rapporto di collaborazione e di fiducia con i reclusi: e con Samuele in particolare”. Samuele: “Quando mi hanno assegnato al magazzino ero tentato di rinunciare, per la ‘fama’ di Ulisse. Poi, anche per carattere, ho affrontato l’incarico senza pregiudizi: e in poco tempo ho cominciato ad apprezzarlo, nei limiti imposti dai nostri ruoli”.

Ulisse: “Il magazzino era un settore molto delicato, una specie di barriera per i detenuti. Io affrontavo il mio lavoro con grande rigore, sono fatto così: niente di più facile che dall’esterno mi considerassero un po’ troppo rigido”. Samuele: “Io ho una mentalità aperta: una volta presa confidenza con Ulisse, ci siamo confrontati su come organizzare il servizio con maggior efficienza: è andata benissimo”.

Il detenuto Samuele, oggi
Samuele, oggi

Ulisse: “E’ vero, il comandante mi chiamò per elogiarmi: io dissi che il merito era anche di Samuele”. Samuele: “Il comandante era un’ottima persona e le relazioni sul mio comportamento, grazie anche alle valutazioni espresse da Ulisse, mi hanno aiutato a reinserirmi quando sono uscito”.

Ulisse: “Massa era una specie di gioiello del sistema penitenziario, additata ad esempio per come riuscisse a coniugare le esigenze della custodia con gli obiettivi del recupero dei reclusi”. Samuele: “Grazie alle credenziali del mio servizio in magazzino, prima del rilascio mi hanno assegnato al bar, che aveva una porta comunicante con l’esterno: in pratica una finestra sul mondo libero”.

Ulisse: “Dopo vent’anni sono tornato in Sardegna, al carcere di Buoncammino a Cagliari: ma nonostante l’aria di casa, in un ambiente dalle responsabilità tanto differenti ha pesato per converso l’esperienza di Massa, così positiva e gratificante. E nel 2002, dopo solo tre anni, sono andato in pensione con il grado di sovrintendente”. Samuele: “Sono uscito da Massa, da uomo libero, come un’altra persona: avevo famiglia a Milano e ho subito cercato lavoro, facendo prima le consegne in mototaxi, poi l’autotrasportatore, anche su tratte all’estero, e infine l’idraulico”.

Passano trent’anni, senza nessun ulteriore contatto. E poi è arrivato il Covid-19.

Samuele: “Ripensavo spesso a quella ‘guardia’ che tanto aveva contribuito a ricostruirmi una vita. Allora ho pensato che, in un momento così difficile per tutti, era giusto cercarlo e fargli sapere tutto il bene che aveva fatto per me”. Ulisse: “Ricordavo Samuele, ma di certo non pensavo di aver lasciato un segno così importante nella vita di un’altra persona: è stato bello riprendere i contatti”.

Ulisse e Samuele, in tempi di lockdown, si sono ritrovati prima per mail e poi per telefono: una volta passato il periodo dell’emergenza si sono promessi reciprocamente di rivedersi, per riallacciare un’amicizia nata sui due fronti del carcere, al di là dei pregiudizi. Probabilmente in Sardegna, che per Samuele sono la meta preferita delle vacanze e dove si è recentemente sposato il suo figlio maggiore, quello che lo aspettava ai tempi della reclusione.