Riprodurre l’arte egizia: il futuro dei detenuti ha le forme del passato
26 Febbraio 2019
Una riproduzione dell’arte egizia realizzata dai detenuti del progetto “Liberi di imparare”
“Liberi di imparare. L’antico Egitto nel carcere di Torino” entra nel Palazzo di Giustizia di Torino. La mostra è stata realizzata grazie alle attività di inclusione sociale rivolte ai detenuti, frutto della collaborazione tra il Museo Egizio, la Casa Circondariale Lorusso-Cutugno e l’Ufficio Garante dei diritti delle persone private della libertà della Città di Torino.
Allestita nella caffetteria della cittadella giudiziaria torinese, al cui interno già lavorano alcune persone soggette a restrizione, potrà essere visibile al pubblico fino al 25 marzo. Nello spazio sono esposte fedeli riproduzioni di preziosi reperti archeologici del Museo, il più antico al mondo dedicato interamente alla cultura egizia, realizzate dai detenuti del penitenziario. Questi ultimi, sotto l’attenta guida dei docenti del liceo artistico “Primo”, dell’Istituto professionale “Plana”, degli insegnati delle sezioni carcerarie e con la supervisione degli esperti del sito museale, hanno riprodotto con precisione papiri della XXI dinastia, anfore, stele e oggetti del corredo funerario dell’architetto Kha e di sua moglie Merit.
Una prova tangibile della voglia di rinascita e di reinserimento che ha spinto i detenuti-studenti a replicare i reperti e a dar vita a questo spazio di cultura inclusiva. Ne parliamo con Alessia Fassone e Federica Facchetti, curatrici del Museo Egizio.
La mostra “Liberi di imparare”, ospitata dal Museo Egizio per un mese dal 21 dicembre dello scorso anno, approda nel Palazzo di Giustizia di Torino con la supervisione delle attività affidata agli esperti del Museo. Si tratta di un tema, quello della cultura egizia che affascina. Come hanno risposto i detenuti che sono stati coinvolti nei laboratori?
“Alcuni curatori e restauratori del museo hanno proposto, in accordo con gli insegnanti del “Primo Liceo Artistico” e dell’Istituto “Plana” di approfondire lo studio dell’arte egizia con la riproduzione di manufatti, con tecniche e procedimenti tipici dell’artigianato dell’antico Egitto. Gli studenti hanno accolto l’idea con partecipazione ed entusiasmo, sempre sostenuti dal supporto degli insegnanti, che hanno sperimentato con loro anche nuove tecniche artistiche. Alcuni studenti si sono talmente appassionati al progetto, da chiedere di poter realizzare dei lavori anche durante il periodo estivo, quando le lezioni sono sospese”.
Che tipo di lavoro è stato realizzare repliche di reperti di tale importanza?
“La scelta di quali reperti replicare, sulla base delle conoscenze degli studenti, è stata effettuata dagli insegnanti in concerto con i curatori del Museo; questi ultimi hanno fornito fotografie, informazioni tecniche e altri dati utili alla riproduzione dei manufatti, oltre ad alcuni materiali di difficile reperibilità come i fogli di papiro. Alcuni insegnanti hanno poi svolto uno studio degli oggetti in museo. Visti i primi ottimi risultati, abbiamo ampliato il repertorio di oggetti ad altri oggetti dal corredo della tomba di Kha e Merit”.
Quanto tempo è stato necessario per arrivare a un risultato che fa entrare l’arte e la bellezza in carcere e restituisce alla cittadinanza un lavoro utile per il reinserimento sociale del detenuto?
“Il primo incontro con gli studenti è avvenuto all’inizio del 2018 e il lavoro sulle riproduzioni si è avviato nel mese di marzo. Alla fine dell’anno scolastico, a giugno, erano già stati terminati il Libro dei Morti di Kha, due cofanetti, un’anfora in argilla, alcuni vasetti in terracotta dipinta, la maschera di Merit, mentre la grande stele in gesso era in fase di realizzazione. Nel corso dell’estate, altre sei stele in compensato e una suola di mummia sono state terminate. Altri oggetti, poi, sono stati selezionati per l’anno scolastico 2018/19, tra cui papiri, pitture, sculture e molto altro che però non vogliamo anticipare”.
Il vostro è un programma che ‘esce’ dalle sale del museo e incontra chi si trova nell’impossibilità di usufruire del patrimonio artistico del Paese…
“Il progetto scientifico stesso del Museo prevede numerose attività di inclusione sociale e di diffusione del patrimonio egizio fuori dal museo, in carceri, ospedali, periferie… In questo caso, le repliche vanno anche a supportare un altro progetto, in collaborazione con l’Ospedale Infantile ‘Regina Margherita’, e a offrire momenti di svago ai piccoli degenti. Per tutti noi che abbiamo partecipato attivamente ai lavori è stato un arricchimento umano molto significativo e, dal punto di vista tecnico, ha permesso di stimare – seppur in modo grossolano – quali fossero tempi e metodologie di lavoro nel mondo antico”.
Un detenuto ha dichiarato alla stampa di essere in grado di “leggere i geroglifici”. E’ proprio così?
“Possiamo dire che alcuni studenti particolarmente appassionati al tema, hanno iniziato uno studio molto attento della civiltà egizia. Una speciale lezione dedicata ai geroglifici è appena stata tenuta in carcere da alcuni esperti. Vero è che, a forza di tracciare i segni, pian piano alcuni riescono a riconoscere parole e segni pur senza comprenderne il significato. E il nostro lavoro futuro è rivolto proprio nella direzione di una maggiore conoscenza e consapevolezza degli studenti”.