Scrivere in carcere: i giornali dei
detenuti. 5. “Cucinare al fresco”

Giornali carcere_Cucinare al Fresco_CC Como
FacebookTwitterWhatsAppEmailCopy Link

La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.

Da sei anni, la casa circondariale di Como ospita la redazione di “Cucinare al fresco”: i detenuti scrivono ricette che, sotto la supervisione di Arianna Augustoni, diventano un libro. Giunto alla sua sedicesima edizione, “Cucinare al fresco”, testata registrata nel 2020, coinvolge una decina di redattori. Da poco è uscito l’ultimo numero (Cucinare al Fresco – Ricette 2026).

 

Cucinare al Fresco: dove le storie imparano a uscire allo scoperto

di Luigi Guerra

Dentro le mura della Casa Circondariale del Bassone le parole non arrivano mai pulite, ordinate, già pronte per essere stampate. Arrivano storte, spezzate, a volte esitanti. E proprio per questo sono vere.

“Cucinare al Fresco” nasce qui, ma sarebbe riduttivo chiamarlo solo un ricettario. È un progetto editoriale e formativo che prende forma all’interno dell’istituto, dove detenuti e operatori costruiscono insieme una redazione vera e propria. Le ricette sono il punto di partenza: piatti semplici, realizzati con strumenti consentiti e ingredienti della quotidianità carceraria. Ma dietro ogni preparazione c’è un lavoro molto più profondo di scrittura, confronto e narrazione personale.

La cucina diventa così un linguaggio comune. Un modo per entrare in relazione senza scorciatoie, per imparare a condividere spazi e tempi, ma soprattutto per trovare una voce. È in questo passaggio che il progetto si trasforma: non è più solo un laboratorio gastronomico, ma uno spazio di espressione e di rielaborazione di sé.

Perché nelle stanze della redazione non si impastano solo ingredienti: si lavorano storie. E le storie, quando finalmente trovano qualcuno disposto ad ascoltarle, non restano più ferme alla superficie del gesto quotidiano. Scendono più in profondità.

È lì che il progetto cambia pelle. Le ricette diventano l’ultimo passaggio, quasi una soglia finale di un percorso che in realtà è molto più lungo: raccontarsi, mettere ordine nel proprio vissuto, provare a dare forma alle emozioni. In quel processo la cucina smette di essere il centro e diventa un ponte.

Il progetto “Cucinare al Fresco” è anche una redazione stabile, fatta di detenuti che nel tempo si alternano e si formano alla scrittura, alla cura dei testi, alla costruzione di un lavoro collettivo. Un’esperienza che ha superato i confini dell’istituto comasco, diventando negli anni un modello osservato e replicato anche in altri contesti penitenziari italiani.

A coordinare tutto c’è Arianna Augustoni, giornalista e volontaria, che descrive il lavoro con una sincerità che toglie ogni distanza professionale: “Mi sono sentita spesso a disagio, perché arrivavo con l’idea del lavoro da fare, del prodotto da costruire, dei tempi da rispettare. Ma lì dentro ho capito che non tutto può essere misurato così. A volte le priorità sono altre, sono i sentimenti delle persone in quel momento. Mi sono fermata, ho chiesto scusa e abbiamo ricominciato insieme. Nessuno deve restare indietro, nessuno deve sentirsi escluso.”

Accanto al progetto, all’ultimo prodotto editoriale, il sostegno di Inner Wheel Club Erba e Laghi che si inserisce in una logica che va oltre il contributo economico. La presidente Elena Azzali Fossati sottolinea soprattutto l’esperienza umana dell’incontro, la forza di un dialogo che lascia tracce: “Non è solo sostegno economico, ma presenza, ascolto e partecipazione. In carcere abbiamo incontrato ragazzi capaci di raccontarsi con una forza che non dimentichi.”

Ma il cuore del progetto non sta nelle dichiarazioni ufficiali. Sta nel lavoro quotidiano, nelle ore di confronto, nei momenti in cui la scrittura diventa uno specchio inatteso.

A dirlo con chiarezza è la direttrice della Casa Circondariale del Bassone di Como, Roberta Galati, che evidenzia il valore di iniziative capaci di aprire spazi reali di responsabilizzazione e crescita: il carcere, in questa visione, non è solo luogo di restrizione, ma può diventare anche uno spazio in cui si costruiscono competenze, si recupera fiducia e si prepara un possibile ritorno alla società.

E poi ci sono loro, i veri interpreti del progetto. Luigi, Domenico, Denis, Gian Piero, Ardit, Jimmy, Michele, Cristian, Massimiliano, insieme a molti altri, in questo percorso hanno trovato uno spazio in cui sentirsi davvero a proprio agio nel parlare. Per loro la redazione è diventata un luogo di confronto e di condivisione, non di prevaricazione. Un contesto che insegna a organizzarsi, a dare ordine al lavoro, a suddividere i ruoli e a costruire sintesi collettive, sempre passando dal gruppo. Un passaggio tutt’altro che scontato, perché significa mettere in discussione abitudini spesso radicate in una dimensione individuale, dove il pensiero è stato a lungo concentrato sul “sé” prima che sul “noi”, anche quando fuori esistevano legami importanti come famiglie, figli, compagne, mogli, che restano per molti un’ancora di salvezza.

In questo spazio, però, la collaborazione diventa un esercizio nuovo: imparare a rimettersi al centro non da soli, ma dentro una relazione. E proprio questa possibilità di ricominciare, di ricostruirsi attraverso il gruppo, non è mai semplice da trovare — soprattutto in un contesto come quello carcerario, dove il tempo e le fragilità rendono ogni cambiamento un passaggio faticoso, ma proprio per questo significativo.

Dentro questo quadro, “Cucinare al Fresco” si definisce sempre più chiaramente come un laboratorio umano prima ancora che editoriale. Un luogo dove si impara a scrivere, sì, ma soprattutto ad ascoltare.

Perché ciò che emerge con più forza non è solo ciò che i ragazzi raccontano, ma il modo in cui lo fanno: la loro capacità di parlare della propria vita, delle fragilità, delle passioni, delle cose piccole e immense che li abitano. Una sincerità che non si costruisce, ma si attraversa. E allora chi entra in quel lavoro lo scopre presto: non è un’esperienza che si può raccontare fino in fondo senza tradirla. Si può solo attraversare.

“Quello che si apprende dai ragazzi è impossibile da descrivere con le parole. Da loro si impara tanto, ogni giorno.”

Non è una frase di circostanza. È il punto di arrivo di un percorso che ribalta continuamente i ruoli: chi insegna e chi impara, chi guida e chi viene guidato, chi arriva con un progetto e chi finisce per cambiare lo sguardo.

E in questo scambio continuo, “Cucinare al Fresco” smette di essere un ricettario. Diventa una forma di presenza. Un esercizio collettivo di ascolto. Un modo, fragile ma necessario, per non lasciare nessuno fuori dalla narrazione.

Allegati