“Sempre Persona” a Rebibbia : il valore del volontariato in carcere

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“Sono sempre persone, anche se hanno sbagliato”, proclama ad Eleonora Panseri, per Fanpage del 16 febbraio 2026, Alfonso Di Nicola, membro del Movimento dei Focolari, fondatore di un progetto che sostiene i detenuti, gli ex detenuti, e le loro famiglie.
L’iniziativa nasce circa trent’anni fa, con la proposta di un magistrato, amico del focolarino. “Mi ha chiesto di aiutare alcuni detenuti che avevano bisogno, ma per cui non poteva esporsi in prima persona”, spiega Di Nicola. È l’inizio di un percorso che si chiamerà Sempre Persona. Non c’era ancora l’intenzione di creare un intervento strutturato: “io non volevo fondare proprio niente, dico la verità”, continua il focolarino.
Oggi Di Nicola ha ottantuno anni e, da quel primo ingresso in carcere, ha raccolto le confidenze dei detenuti e dei loro congiunti. “Tanti mi parlavano delle famiglie, mi dicevano che loro non avevano colpa e mi chiedevano di fare qualcosa per aiutarle”, racconta ancora il focolarino.
A lui, col tempo, si sono uniti altri volontari. Uno di loro è Roberto Mirco, ex detenuto, che ha incontrato Di Nicola in un momento cruciale della sua esistenza, dopo le dimissioni dall’istituto penitenziario. “Quando sono uscito, ho provato a reinserirmi nella società, ma mi sono ritrovato senza niente. I miei genitori erano morti, le mie sorelle e i nipoti si vergognavano di me, sono rimasto solo”, rivela Roberto alla giornalista. Prima della condanna era un cuoco affermato e, nel carcere di Gorgona, in cui è stato recluso per anni, lavorava nella mensa. “Mi guadagnavo da vivere, stavo con le persone e stavo bene; il momento più brutto è stato quando sono uscito”, racconta ancora Roberto. È il drammatico paradosso del termine dell’espiazione della pena, quando gli ex detenuti si scontrano con il pregiudizio e la diffidenza della società. “Ricordo di aver bussato a tante porte, ma erano tutte chiuse. Per la gente ero un poco di buono, inaffidabile. Così mi sono ritrovato a vivere per strada, da senzatetto”, confessa Roberto. La seconda possibilità arriva, per lui, dodici anni fa, grazie all’associazione di volontariato di cui oggi fa parte. “Sono riuscito a dare un senso alla mia vita facendo del bene, per poter ripagare un po’ del male che ho fatto”, afferma.
Il filo conduttore del progetto è nella capacità trasformativa dell’essere umano. “Se sei qui, in carcere, è perché hai fatto qualcosa che non va, ma se fai il bene, vedrai che starai bene tu e farai stare bene anche gli altri”, diceva Di Nicola ai  detenuti. “In tanti dicono che vanno chiusi in carcere e che va buttata la chiave, ma non è vero”, dichiara ancora a Fanpage il focolarino. Roberto è un esempio di come ogni persona possa recuperare dignità e valore per ricominciare, restituendo alla società ciò che di positivo ha ricevuto.

Come racconta Agostino Spolti a gNews, Sempre Persona col tempo è diventata una vera e propria associazione “che riunisce giovani e meno giovani in una rete estesa di volontari”. Sono trenta e lui è uno di loro.
Oggi, a presiedere l’associazione è Emanuele Fortuzzi, proseguendo nell’impegno avviato da Alfonso Di Nicola. “Non c’è nessun tipo di giustificazione per quello che hanno fatto queste persone”, dichiara a Eleonora Panseri il volontario trentenne, “ma bisogna sospendere il giudizio per fare questo servizio”. Per risvegliare le potenzialità delle persone detenute ed ex detenute, è necessario andare oltre lo stigma, “stare loro vicino, ascoltarle”, creando “una speranza dentro e fuori dal carcere”. È solo dal coinvolgimento diretto che può avvenire il cambiamento. Grazie a Sempre Persona, da tre anni Agostino Spolti e gli altri volontari dell’associazione visitano con regolarità la Casa Circondariale Raffaele Cinotti di Roma.
Sempre Persona è un progetto di intervento trasversale, “un percorso educativo che accompagna i detenuti, gli ex detenuti, e le loro famiglie, a prescindere dalla cultura, nazionalità, o religione di appartenenza”, come chiarisce ancora Spolti, nell’intervista rilasciata a gNews. Una definizione che si addice all’associazione è quella di “comunità”, continua il volontario, “per il fatto che è composta da persone che condividono uno stesso obiettivo”. L’accento è posto “sull’importanza delle relazioni”, dice il focolarino, parlando di “storie di amicizia” con i detenuti. Grazie a loro, si impara a comprendere più profondamente cosa significhi vivere in uno stato di reclusione. Spolti racconta di Alberto: “Quando lo incontriamo in carcere, ci parla del cinema all’aperto che il reparto aveva organizzato. «Che film avete visto?» chiediamo. «E chi lo ha visto? Io guardavo in alto, ammiravo il cielo stellato». Frasi che aiutano a renderci sempre più partecipi di quanto si vive al di là del muro”. Quello che si impara è che ogni detenuto è una persona unica, ogni esperienza è peculiare. “Ogni volto che incontriamo, ogni storia che ci viene affidata, è un incontro con l’uomo che soffre e che, silenziosamente, ci chiede di fermarci, di ascoltare, di condividere un tratto del suo cammino di vita”. Durante i colloqui in carcere i volontari hanno conosciuto Marco. “Dopo il nostro primo incontro ci ha scritto un’email: «Io non ho amici, né dentro, né fuori. Ma con voi mi sento pronto a costruire un’amicizia»”.
E poi ci sono le famiglie. La detenzione colpisce anche i congiunti di chi sta espiando la pena. “Tra i volontari ci siamo suddivisi le famiglie per avere un rapporto diretto e continuativo”. Per i volontari di Sempre Persona l’attività non mira semplicemente ad alleviare la pena di coloro che sono reclusi e delle loro famiglie. Si tratta di interventi che incidono, oltre che sul disagio individuale, sulle disuguaglianze sociali, sulle iniquità.
È il volontariato chiamato in causa dall’ordinamento penitenziario, quello che consente l’ingresso in carcere a coloro che abbiano “concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti” e possano “utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera” (art.17 legge 354/1975).