Stranieri in carcere, un progetto per ritrovare affetti e identità
11 Maggio 2025
Arrivano senza un bagaglio, senza una lingua per comunicare, spesso senza un passato. A volte sono sporchi e malati. I viaggi su barconi o la fuga su altri mezzi di fortuna, la vita in strada, ma spesso anche la guerra e l’estrema povertà li hanno privati di un’identità, non solo giuridica. Erano o sono diventati irregolari, non possono essere reinseriti ma neanche espulsi, perché non hanno documenti, e sono quindi destinati al limbo criminogeno della clandestinità.
È il ritratto, non penale ma umano, di gran parte dei detenuti stranieri che popolano le nostre carceri. Da qui l’iniziativa di Giovanni Monti, direttore della casa circondariale di Bolzano, di coinvolgere Croce Rossa Italiana e Mezzaluna Rossa per tentare di rintracciare i congiunti e ricostruire almeno le relazioni affettive di questi detenuti.
“A Bolzano 88 reclusi su 122 sono stranieri – spiega Monti. Provengono non solo dal Nord Africa ma anche da Afghanistan e Siria, e a volte i parenti sono dispersi. Per questo abbiamo pensato a una collaborazione con Croce Rossa e Mezzaluna Rossa per estendere agli stranieri in carcere il servizio di Rfl, Restoring Family Links, di ricerca e assistenza delle persone che provengono da zone di guerra o da crisi umanitarie”.
I contenuti della collaborazione sono stati definiti da un protocollo d’intesa firmato il 5 maggio scorso dal direttore della casa circondariale di Bolzano e dal presidente del Comitato della provincia autonoma di Trento e Bolzano Manuel Pallua. L’accordo prevede che volontari della Croce rossa e operatori Rfl incontrino in locali dedicati e in una dimensione di riservatezza i detenuti che abbiano chiesto, tramite la direzione dell’Istituto, di rintracciare i propri familiari.
“Il nostro obiettivo – aggiunge il direttore – è quello di arrivare almeno a una videochiamata e in questo gli operatori Cri e Rfl possono essere molto utili per rintracciare documenti ufficiali che attestino i legami di parentela, indispensabili per autorizzare le telefonate. In tal modo, da una parte cerchiamo di assicurare anche agli stranieri il mantenimento delle relazioni familiari – che sono un elemento del trattamento – ma anche avviare i primi passi per sostenere con più forza un tentativo di regolarizzazione”.
Giovanni Monti è uno nei nuovi direttori penitenziari entrati in servizio nel 2023. Per un decennio ha lavorato come cancelliere nel Tribunale penale di Roma. Un’esperienza che definisce “formativa, perché il carcere è l’anello terminale di un processo in cui l’autorità giudiziaria svolge un ruolo determinante e mi ha fatto comprendere l’importanza e il rilievo di tutte le interconnessioni in questo ambito”.
Pur essendo un circondariale, l’istituto di Bolzano ospita perlopiù condannati definitivi. Si tratta di un edificio austro-asburgico, non funzionale, e al centro di un contenzioso tra istituzioni che intendono riqualificarlo e altre che vorrebbero costruire un nuovo carcere in una zona più periferica.
Nel frattempo, sia pure con tutte le criticità che caratterizzano l’attuale struttura, la direzione riesce ad assicurare corsi di cucina professionalizzanti, corsi di alfabetizzazione e una ciclo-officina che offre un servizio di riparazione bici anche ai cittadini.

“Riconosco – conclude Monti – che dirigere un istituto piccolo, anche se problematico, ha il vantaggio per il direttore di essere presente in tutte le aree, di favorire il lavoro di rete. Solo collaborando si può riuscire a semplificare la complessità di una realtà come questa e mettere in grado tutti gli operatori di svolgere al meglio il proprio ruolo”.