Studiare in carcere, crescono i detenuti che frequentano l’Università
7 Ottobre 2025
Durante l’esecuzione della pena, i detenuti terminano cicli di studio e ne iniziano di nuovi. Fino all’università, con un numero di iscrizioni in costante crescita.
Nell’ultimo anno accademico gli studenti erano 1.837, 1.769 uomini e 68 donne; oltre il doppio rispetto al 2019, quando erano 796. Dati incoraggianti, che emergono dal report annuale della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (Cnupp). Cresce anche il numero di laureate e laureati ristretti. Se erano 27 nel 2020, 4 anni dopo sono più del doppio e arrivano a 55.
Dei 1.606 detenuti iscritti a un corso di laurea – gli altri 231 sono in misura alternativa o di comunità o semiliberi -, oltre la metà provengono dalla media sicurezza (870), seguiti dall’alta sicurezza (644). Particolare è poi il dato sui detenuti al 41 bis: degli oltre 700 sottoposti al regime del ‘carcere duro’, in 52 frequentano l’Università.

Oggi sono 50 gli istituti di pena in cui i detenuti-studenti sono pari o superiori a 10. Spicca, tra gli altri, San Gimignano con 99 studenti. Ma “in questo momento dovrebbero essere più di 100”, dice a GNews Maria Grazia Giampiccolo, direttrice della casa di reclusione toscana. Non è un dato da poco, in un penitenziario che ospita poco più di 300 detenuti.
Alcuni studenti sono iscritti all’ateneo di Siena, altri all’Università per stranieri. “Tanti in questi anni si sono laureati – racconta la dirigente –, anche con ottimi risultati: l’anno scorso, un detenuto ha conseguito la laurea con 110 e lode”. San Gimignano non è l’unico istituto con un numero alto di iscrizioni: in cima alla classifica ci sono anche Milano Bollate (98) e Napoli Secondigliano (95).
Numeri resi possibili dall’aumento dei poli universitari penitenziari. Oggi sono 47, più del doppio rispetto a 7 anni fa, quando erano 22. Tramite accordi con i provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria, i poli garantiscono supporto e un’offerta formativa continuativa per chi vuole frequentare l’Università mentre sconta una pena.
“Credo fortemente in questo progetto”, dice Giampiccolo, che non nasconde un certo orgoglio per i risultati dell’iniziativa a San Gimignano. “Sicuramente la crescita personale passa per la crescita culturale. Poter offrire questi strumenti alle persone, soprattutto se detenute, rappresenta un valore aggiunto”.

All’Università Statale di Milano c’è un ufficio dedicato agli studenti ristretti. Le sue attività si concentrano su Opera e Bollate, e col tempo si sono aggiunti iscritti provenienti da Vigevano, Pavia, Monza, fino al carcere di Voghera. Gli esami vengono effettuati all’interno degli istituti, grazie alla disponibilità di professori e assistenti.
L’ateneo meneghino è quello che ha il maggior numero di detenuti iscritti (164); seguono Torino (152), Milano-Bicocca (100), la Federico II di Napoli (94) e l’Università di Siena (92).
Alla Statale, chi studia scontando una pena viene esonerato dal pagamento delle tasse. Si tratta di una pratica diffusa nei poli penitenziari: del resto il detenuto, non frequentando i corsi in presenza, non fruisce dei servizi universitari tradizionali. Ma, al contrario, è l’Università ad entrare in carcere.
“Affianchiamo a ogni studente ristretto almeno un tutor”, dice a Gnews Chiara Dell’Oca, responsabile dell’ufficio Progetto Carcere dell’ateneo di via Festa del Perdono. Ogni giorno, studenti e studentesse incontrano i propri colleghi di corso in carcere. Il detenuto, da un lato, può accedere ad appunti, riassunti e altro materiale delle lezioni; dall’altro, può vivere la dimensione della relazione. “Il tutor – spiega Dell’Oca – diventa davvero un interlocutore privilegiato, ridando quell’atmosfera di confronto e socialità che si sviluppa in aula e di cui il ristretto non può godere”.
Sono 200 i tutor universitari dell’ateneo milanese in affiancamento ai ristretti, quasi 700 quelli in lista d’attesa. L’attività, che è volontaria, registra una partecipazione notevole: “fatichiamo ad assorbire tutte le messe a disposizione che abbiamo”, evidenzia la responsabile dell’ufficio Progetto Carcere. Quest’anno, il personale dell’ateneo ha svolto 250 esami nelle carceri in cui è presente.
La relazione è anche una delle motivazioni principali che portano i detenuti a frequentare l’Università. “Spesso non hanno l’ambizione di intraprendere un percorso, ma a spingerli è proprio la dimensione dello scambio con gli studenti, parlare con loro di cose diverse”, dice ancora Dell’Oca. Un segnale che è evidente durante i colloqui di orientamento, prima dell’immatricolazione: “è ormai molto comune che ci dicano che è il loro compagno di cella a spingerli a parlare con noi del polo, per impiegare bene il proprio tempo”.

Il carcere è un macrocosmo con le sue peculiarità: per esempio, l’età di chi frequenta l’Università non è quella “classica”. Nell’ultimo anno accademico gli iscritti tra i 18 e i 35 anni sono il 19%; la maggior parte, il 43%, ha tra i 36 e i 50 anni, e il 38% degli iscritti ha dai 51 anni in su.
“Bisogna considerare che ci sono persone che sono partite veramente dalla base, quasi da una condizione di analfabetismo, e in carcere hanno potuto iniziare gli studi, arrivando al diploma e poi all’Università”, racconta la direttrice Giampiccolo. Così si spiega un’età media di frequentanti l’Università più alta rispetto alla popolazione libera: paradossalmente, il penitenziario è il luogo in cui i detenuti possono cogliere quelle opportunità formative che non hanno intrapreso da liberi.
Per la responsabile della Statale, il gap di età tra i tutor e gli studenti ristretti non è un problema. “Lo scambio resta: i ragazzi dell’università danno supporto con il materiale e in termini di consapevolezza del percorso di studio; il contributo delle persone ristrette è più personale, dal punto di vista dell’esperienza di vita”, spiega Dell’Oca.
Ma quali percorsi di studio scelgono i detenuti? Il 27% degli iscritti nell’ultimo anno accademico frequenta corsi dell’area letteraria-artistica; segue un 17% che vuole specializzarsi nell’area politico-sociale e un 12% in quella giuridica.
L’offerta formativa per le materie scientifiche è purtroppo limitata, visto che in questi ambiti è spesso necessario svolgere attività in presenza (laboratori, esercitazioni pratiche). Inoltre, in queste materie bisogna avere delle solide conoscenze specialistiche di base. Ma non mancano le eccezioni: l’area STEM attrae il 6% degli iscritti, quella medico-sanitaria il 4%.
La presenza fisica dei poli universitari penitenziari sembra uno dei motivi alla base della crescita costante del numero di detenuti iscritti all’Università. “Noi come gli altri poli – continua Dell’Oca -, non ci limitiamo al disbrigo delle pratiche amministrative, ma cerchiamo di creare una comunità universitaria dentro il carcere, garantendo una presenza costante”.