Tragedia del Vajont, una ferita ancora aperta
9 Ottobre 2025
Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una frana di 260 milioni di metri cubi si stacca dalla parete del monte Toc e precipita nel lago artificiale della valle del Vajont. L’’immensa ondata provocata, 350-380 metri di altezza dalla portata di 50 milioni di metri cubi, raggiunge i paesi di Erto e Casso (Pordenone) poi si divide in due: la prima risale la valle, sommergendo i paesi di Pineda, San Martino e Le Spesse (Pordenone), la seconda parte oltrepassa la diga del Vajont e si riversa lungo la gola fino a Longarone (Belluno) distante 1,6 km. Drammatico il bilancio finale: si contano 1917 morti, 400 dei quali risultano dispersi e 895 le abitazioni e 205 le unità produttive distrutte.
La morfologia della valle del Vajont, al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto, era stata profondamente modificata dalla costruzione di un’imponente diga alta 263,5 metri, inaugurata nel 1959 come la più grande opera ingegneristica realizzata in Italia per la produzione di energia elettrica, è la più grande diga del mondo a volta e doppia curvatura. La struttura dà vita ad un invaso della capacità complessiva di circa 170 milioni di metri cubi, capace di raccogliere acque da tutti i bacini artificiali limitrofi e poi convogliarle verso la centrale elettrica di Soverzene. La costruzione dell’opera è però realizzata senza tenere i debita considerazione le caratteristiche morfologiche della vallata.
Se questa catastrofe rappresenta una frattura traumatica nella memoria delle comunità locali, la sua rilevanza la rende paradigmatica anche a livello internazionale. Nella dichiarazione firmata dall’Onu nel febbraio 2008, in occasione dell’apertura dell’anno internazionale del pianeta terra si legge, infatti, come: “il disastro del bacino del Vajont è un classico esempio delle conseguenze del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che cercavano di risolvere”.
Quella che viene considerata come la più grave sciagura provocata dall’uomo in tempo di pace nella storia contemporanea è così descritta da Dino Buzzati in un articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera l’11 ottobre del 1963:”Un sasso è caduto in un bicchiere colmo di acqua, tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”.