Un ricordo di Tartaglione, magistrato e dirigente di via Arenula

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Alle 14.00 del 10 ottobre 1978 Girolamo Tartaglione sta salendo le scale di casa, mentre rientra dalla sede del Ministero di Giustizia. Lo attendono i suoi tre assassini alla porta del suo appartamento a Roma, quartiere Prati, in viale delle Milizie.

I colpi inferti con armi da fuoco non lasciano scampo al magistrato, allora dirigente di via Arenula. La rivendicazione dell’omicidio, firmato Brigate Rosse, perviene alla sede romana del Corriere della Sera.

Tartaglione, nato a Napoli il 27 settembre del 1913, diventa un obiettivo del terrorismo brigatista per la sua attività riformatrice del sistema penale, avendo contribuito alla elaborazione della legge sull’ordinamento penitenziario del 1975. Inoltre, durante i convulsi giorni del rapimento di Aldo Moro, si oppone alla ventilata scarcerazione della brigatista Paola Besuschio, che potrebbe favorire la liberazione del presidente della Democrazia Cristiana.

Entrato in magistratura nel 1939, viene assegnato alla Procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere (CE) come sostituto, poi alla Procura di Napoli. Diviene poi procuratore capo a Sant’Angelo dei Lombardi (AV).

Nel 1956 ottiene il primo incarico alla Direzione generale degli Istituti di prevenzione e di pena del Ministero, allora di Grazia e Giustizia, come direttore dell’Ufficio III. Tornato in ruolo, viene nominato consigliere della Corte di appello di Bari, quindi consigliere di Cassazione. Nel 1974, rientra a Napoli alla Procura generale della Corte di appello con funzioni di avvocato generale.

Nel 1976 il ritorno al Ministero come Direttore generale degli affari penali, delle grazie e del casellario. Il magistrato napoletano collabora alla preparazione del nuovo ordinamento penitenziario e contribuisce all’elaborazione del primo disegno di legge di riforma del sistema penale.

Tartaglione in questo ultimo ufficio, come ricordato nella biografia presente nel volume “Nel loro segno” del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), “lavora con entusiasmo e passione alla preparazione della nuova legge sull’ordinamento penitenziario, convinto com’era della necessità di applicare compiutamente il precetto costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e convinto altresì che il trattamento penitenziario dovesse essere differenziato e quindi rispondente alle reali necessità di ciascuno.

Nella Direzione Generale degli Istituti di prevenzione e pena, Tartaglione aveva poi organizzato una struttura di assistenza ai detenuti e alle loro famiglie, collaborato al sostegno dei figli dei detenuti, insistito perché la pena fosse “differenziata e commisurata alle peculiari soggettività in campo”.

Nel 1978, come ricorda il 10 ottobre del 1998 l’allora presidente della Camera, Luciano Violante, il magistrato napoletano “ha 65 anni e da oltre quarant’anni in magistratura, ma rifiuta il pensionamento scegliendo di continuare a lavorare sui temi a lui più cari: il reinserimento sociale degli ex-carcerati, il rafforzamento delle misure a favore delle famiglie dei detenuti, le misure penali alternative alla carcerazione per la piena attuazione dell’articolo 27 della Costituzione e della riforma carceraria varata nel 1975. È stato il terzo magistrato assassinato […].

Sino al 1978 già cinque giudici che lavoravano al Ministero di Grazia e Giustizia erano stati vittime di agguati rivendicati dai gruppi che praticavano la lotta armata. Ma negli anni del terrorismo i magistrati uccisi dalle formazioni di destra e di sinistra sono stati 11, fu ucciso perché credeva nello Stato e nelle istituzioni democratiche, perché ne rappresentava l’aspetto umano e credibile.

Da magistrato e da operatore del diritto non smise mai, neanche nel 1978, dopo l”uccisione del giudice Palma e di Aldo Moro, di lavorare per l”attuazione della riforma carceraria, per l’umanizzazione della pena, per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Tartaglione era animato da una religiosità intensa che viveva in una sua dimensione individuale, senza nessuna ostentazione, ma che segnava fortemente la sua etica quotidiana, la sua moralità ed il suo impegno professionale. Lungo tutti gli anni in cui operò come magistrato e come massimo dirigente del ministero intese il suo impegno non come esercizio di un potere personale, ma come servizio reso ai cittadini prima ancora che allo Stato.

Tartaglione non fu un uomo pubblico. Egli preferì realizzare ciò in cui credeva attraverso uno sforzo paziente svolto all”interno dell”amministrazione dello Stato, riuscendo a tradurre le proprie riflessioni in proposte concrete sul piano dell’organizzazione amministrativa e su quello tecnico-legislativo.

La concretezza delle sue proposte derivava non solo dalla sua profonda conoscenza del diritto penale e della criminologia, ma dall’esperienza diretta di magistrato, da una conoscenza analitica della situazione effettiva delle condizioni di vita dei reclusi, delle difficoltà dei loro familiari”.

Ancora nell’ottobre del 1998, durante la giornata di commemorazione per i 20 anni dall’uccisione, Violante nel suo discorso cita le parole del giudice partenopeo, che consigliava ai magistrati di “guardare ai problemi della giustizia penale da un particolare angolo visuale, ispirato a ideali umanitari di solidarietà sociale oltre che a vedute tecniche di innegabile valore scientifico”, avendo “riferimento fondamentale l’interesse a riconciliare il cittadino che ha pagato il suo debito con la giustizia con la società di cui è parte”, continua la terza carica dello Stato.

Oltre all’impegno per “la piena attuazione dell’art. 27 della Costituzione e ad insistere sul dovere dello Stato di dare alla pena un contenuto rieducativo”, ricorda ancora l’allora Presidente della Camera, Tartaglione decide di avviare nel 1978 un’indagine speciale di misurazione dell’efficacia dei benefici di clemenza sulla giustizia penale, trovando correlazioni tra i provvedimenti di clemenza e il fenomeno della recidiva.

Quella di cui oggi si ricordano i 47 anni dalla morte, è una figura di magistrato, operatore del diritto, professionista che viveva il suo impegno nelle istituzioni con una forte tensione etica e morale, senza ostentazione e ricerca del potere personale.