Viaggio nel carcere di S. Stefano: come vivere due secoli di Giustizia
20 Agosto 2026
Ci sono luoghi che raccontano l’evoluzione del concetto di Giustizia, il carcere borbonico di Santo Stefano è uno di questi. Dopo 60 anni dalla definitiva chiusura e un lungo progetto di recupero e messa in sicurezza, a cui ha contribuito anche il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, dal 2 agosto al 30 settembre l’ex carcere apre i cancelli a cittadini e turisti grazie alle visite guidate organizzate dall’Area marina protetta della Riserva naturale statale di Ventotene e Santo Stefano.
Anche la Giustizia nel recupero dell’ex carcere di S. Stefano
Situato nell’arcipelago delle isole Ponziane e vicino a Ventotene, luogo di confinamento politico, l’ex carcere borbonico rimanda a un’epoca in cui la pena era sinonimo di vendetta, isolamento e sofferenza. Ma, durante i due secoli di attività, la struttura vive e incorpora le trasformazioni ideologiche e normative del tempo, anticipando di ben vent’anni la riforma del nostro ordinamento penitenziario.
Costruito in piena epoca illuministica, tra il 1792 e il 1797, recepì il superamento del concetto di pena vendicativa e crudele propria dell’Ancien Régime. Non a caso, l’ingegnere Francesco Carpi, che progettò l’opera, si ispirò al Panopticon, il modello di carcere ideato dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. La struttura a forma circolare ad anfiteatro e la torretta centrale consentivano ai guardiani di poter sorvegliare i detenuti in qualsiasi momento. Questa cosiddetta sorveglianza potenzialmente continua produceva nel detenuto una sorta di autocontrollo che impediva comportamenti errati.

Il carcere venne inaugurato con l’invio di 200 detenuti e, a lavori ultimati, altri 600 reclusi furono condotti sull’isola. Le 99 celle erano rivolte all’interno e non permettevano ai reclusi di osservare neanche una porzione di cielo o di mare. Luigi Settembrini, scrittore e patriota napoletano, detenuto dopo i moti rivoluzionari del 1848, nella sua opera Ricordanze della mia vita lo definì “un inferno a cielo aperto” e “una tomba per vivi”.
Durante il ventennio fascista, anche Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, venne rinchiuso nella cella numero 36. In una lettera indirizzata alla madre scrisse: “Sappiamo che a Santo Stefano vi si trovano Zaniboni e Terracini, mi sarà difficile però vederli, perché dovrò fare circa 20 mesi di segregazione cellulare. Noi politici siamo sorvegliatissimi e il carcere viene reso più duro a noi che ai reclusi comuni”.
Nel 1952, il direttore Eugenio Perucatti, recependo i dettami dell’articolo 27 della neonata Costituzione, avvia un’importante opera di trasformazione dell’istituto: introduce e potenzia il lavoro agricolo e artigianale, favorisce lo sport e le attività ricreative, punta su rapporti familiari, istruzione e formazione. Anticipando così la riforma del nostro Ordinamento penitenziario.
Un libro che racconta “Quel visionario di Eugenio Perucatti”
Tuttavia, dopo l’evasione di due detenuti, Perucatti nel 1960 viene trasferito e Santo Stefano riprende la sua conformazione rigida e securitaria. Nel 1965, con decreto del ministero della Giustizia, dopo due secoli dalla nascita, viene chiuso definitivamente.
“Restituire Santo Stefano ai visitatori significa permettere a cittadini, giovani, turisti e studiosi di entrare in contatto diretto con una storia fatta di sofferenza, di privazione della libertà – ha dichiarato il sindaco Carmine Caputo -, ma anche di grandi battaglie civili e ideali. La possibilità di tornare a visitare l’ex Carcere borbonico rappresenta un passo concreto e importante. Ventotene vuole continuare a essere non soltanto una destinazione turistica, ma un luogo della memoria, della cultura e dei valori europei”.