Violenza donne, Consulta: legittimo patrocinio a spese dello Stato

Murales a Napoli contro la violenza sulle donne
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Tutti hanno diritto al patrocinio a spese dello Stato quando sono vittime di maltrattamenti in famiglia, stalking o violenza sessuale. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la prima sentenza del nuovo anno, la n. 1 dell’11 gennaio 2021, decidendo che, nel caso si proceda per questi reati, il diritto prescinde dal reddito della parte offesa.

Il relatore, Giancarlo Coraggio, nuovo presidente della Consulta, ha rigettato la questione sollevata nel dicembre del 2019 dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli che sosteneva l’illegittimità della norma. Secondo il magistrato del Tribunale laziale l’ammissione automatica al beneficio per il “solo” presupposto di essere persona offesa da uno dei reati indicati dalla norma, poteva avere “ricadute negative sul principio di uguaglianza” poiché venivano a essere “assimilate fra loro situazioni diverse e non equiparabili”.

La Corte Costituzionale ha invece stabilito che l’ordinamento giuridico intende “garantire una risposta più efficace verso i reati contro la libertà e l’autodeterminazione sessuale, considerati di crescente allarme sociale, anche alla luce della maggiore sensibilità culturale e giuridica in materia di violenza contro le donne e  i minori” creando “un sistema più efficace per sostenere le vittime”, agevolandone il coinvolgimento nell’emersione e nell’accertamento delle condotte penalmente rilevanti”.

Alla luce di queste considerazioni non è stata quindi ritenuta “irragionevole” la scelta del legislatore di accordare il patrocinio a spese dello Stato, non essendo questo legato alla condizione patrimoniale della vittima ma proprio al fatto di essere parte lesa di reati tanto odiosi.

Favorevole la risposta degli “addetti ai lavori”. Valeria Valente, presidente della Commissione sul femminicidio istituita presso il Senato, la ritiene “una sentenza importante perché si tratta di un sostegno concreto, non solo materiale ma anche psicologico, per chi denuncia. Passa il messaggio che lo Stato è dalla parte di queste bambine, ragazze e donne abusate in vario modo”.

Carla Quinto, avvocato e responsabile dell’Ufficio legale dell’Associazione BeFree, ritiene che la decisione incoraggi le donne, vittime di violenza, “ad accedere alla giustizia, a denunciare” e si augura che “questo provvedimento costituisca un atto di indirizzo politico che porti a estendere le misure anche in ambito civile e minorile” e che riesca a “uniformare in sede penale tutte le Procure, specie nelle città più piccole, dove si registrano molti rigetti”.

Secondo Simona Lanzoni, vicepresidente della fondazione Pangea onlus e coordinatrice della rete antiviolenza Reama, si tratta dell’affermazione “di un principio sacrosanto, in linea con quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul”.