Un imam per prevenire
la radicalizzazione
dei detenuti

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I precetti dell’Islam e la ricerca della spiritualità per prevenire i rischi di radicalizzazione in carcere. Come riporta La Stampa è questa la missione che da ormai tre anni Walid Dannawi porta avanti nel carcere di Torino Lorusso e Cutugno. L’imam, una laurea in ingegneria elettronica al Politecnico e vice presidente della moschea di via Saluzzo, ha come l’obiettivo “diffondere la visione corretta dell’Islam”, quella che rifiuta la violenza e la droga, e che professa come regole fondamentali l’educazione e il rispetto degli altri: “Se alla preghiera non fai seguire il buon comportamento non sei un fedele rispettoso dei versetti del Corano e dei suoi insegnamenti”.

Giunto dal Libano, moglie siriana e due figli che frequentano il Politecnico, Dannawi , ha scelto di impiegare la sua pausa pranzo per guidare la preghiera dei detenuti di fede islamica reclusi nell’istituto torinese: ”La religione è un buono strumento per la riabilitazione e i detenuti hanno un grande bisogno di essere seguiti”.

Per il direttore della casa di reclusione Lorusso e Cutugno, Domenico Minervini, l’esperienza rappresenta un “messaggio di accoglienza, di rispetto e dignità che è stato apprezzato e ricambiato. Durante la preghiera del venerdì, che si svolge nel teatro dell’istituto, non ci sono stati mai problemi”.

Il progetto è iniziato nel 2015 e coinvolge adesso circa 130 detenuti: “Siamo partiti in maniera timida, poi grazie alla collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, con il Ministero dell’Interno e con l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, l’iniziativa – spiega il direttore della struttura –  si è consolidata ed è molto partecipata. I detenuti di fede islamica ne traggono un evidente beneficio. I sermoni si svolgono in lingua italiana, così assicuriamo anche la massima trasparenza su quanto viene detto”.

Oltre a garantire il libero esercizio del culto, dare la possibilità ai tanti musulmani che stanno scontando la pena di riunirsi e pregare è, secondo Minervini, anche un importante strumento di prevenzione di eventuali messaggi o comportamenti violenti:”La radicalizzazione trova terreno fertile quando ci sono deprivazione e ostilità. Se, invece, prevalgono l’accettazione e il rispetto reciproco si insatura un rapporto diverso, più sano. In questo modo si supera la ghettizzazione. Questo è il motivo per cui sta funzionando”.