Livatino, Nordio: “Memoria perenne per un eroe e un santo”

Il giudice Rosario Livatino (Fonte: Avvenire)
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“La gloria di Livatino non è solo quella di aver dato la vita per lo Stato ma di aver perdonato i suoi
assassini. Questo fa la differenza tra l’eroe e il santo. Ci inchiniamo riverenti alla sua memoria,
consapevoli che la sua condotta è un esempio che sarà difficile emulare”.
Con questo commosso pensiero il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha voluto ricordare il giudice Rosario Livatino ucciso per mano mafiosa 35 anni fa.

Quella del 21 settembre 1990 sembra una mattina normale in casa Livatino. Il giudice, che abita con gli anziani genitori nella natia Canicattì, imbocca la strada in direzione di Agrigento a bordo della sua Ford fiesta rossa per recarsi a lavoro. Ma nel tribunale di Agrigento è una giornata particolare: si devono definire le misure di prevenzione da adottare nei confronti dei clan mafiosi di Palma di Montechiaro.

A 4 km da Agrigento la Ford fiesta, affiancata da un’altra autovettura e da una moto, dalle quali partono numerosi colpi di arma da fuoco, sbanda e si ferma al guardrail. Livatino, ancora illeso, tenta la fuga verso i campi, ma dopo un breve inseguimento viene ferito da alcuni colpi di arma da fuoco; raggiunto dai killer viene freddato di spalle. Livatino ha 37 anni ed è magistrato da 11 anni. Un “giudice ragazzino”, come lo definì Francesco Cossiga da presidente della Repubblica.

La sua carriera inizia il il 13 giugno 1979, quando il Consiglio superiore della magistratura gli conferisce le funzioni giudiziarie. Livatino viene assegnato, all’età di 27 anni non ancora compiuti, alla Procura di Agrigento come sostituto. In questa sede segue, tra le altre, le inchieste sui finanziamenti regionali alle cooperative di Porto Empedocle del 1982 e sul giro di false fatturazioni di alcuni gruppi imprenditoriali catanesi, fino alla famosa ‘operazione Santa Barbara’, che si conclude con ben 45 mandati di cattura, che danno il via al maxiprocesso “Antonio Ferro e altri”.

La partecipazione a queste importanti inchieste con una notevole esposizione mediatica non diventano occasioni per il giovane sostituto per “apparire”, rilasciare interviste o farsi fotografare. La cifra della sua azione, come pubblico ministero, è una profonda consapevolezza delle responsabilità, che attengono al ruolo del magistrato.

Con quell’umiltà, che gli viene riconosciuta da chi lo frequenta, decide, dieci anni dopo avere conseguito la laurea in Giurisprudenza, di iscriversi alla scuola di perfezionamento in diritto regionale dell’Università di Palermo. Questa scelta non parla solo dell’attitudine di Livatino di approfondire la sua formazione giuridica, ma soprattutto della volontà di focalizzarsi su un aspetto del diritto, che lo rendesse più efficace nell’azione di contrasto alla piaga dell’abusivismo edilizio. La speculazione immobiliare non era solo uno sfregio per le bellezze della natura dei territori agrigentini: era anche un lucroso business per i clan locali.

Livatino, Nordio: “figura eccezionale per il perdono”

Nell’aprile del 1990, nonostante i gravosi impegni professionali, consegue con lode il diploma della Scuola di perfezionamento, presentando la tesi “Le vicende della disciplina urbanistica nella Regione Siciliana: dalla legislazione statale alla produzione normativa regionale”.

Qualche mese prima, nel 1989, diviene giudice a latere presso il tribunale di Agrigento, occupandosi principalmente di misure di prevenzione. La fama di incorruttibilità e l’applicazione decisa di misure di prevenzione di tipo patrimoniale, lo rendono inviso all’organizzazione mafiosa dell’agrigentino, nota come “Stidda”.

La possibilità per la magistratura di disporre la confisca dei beni illeciti, introdotta dalla Legge Rognoni-La Torre, è particolarmente invisa ai clan mafiosi, che ne comprendono la portata pericolosa per i loro patrimoni. La mafia agrigentina ne decreta, quindi, la condanna a morte. Solo 9 anni dopo, nel 1999, gli autori dell’omicidio sono condannati in via definitiva all’ergastolo dalla corte di Assise di Appello di Caltanissetta.

Rosario Angelo Livatino viene dichiarato “beato” dalla Chiesa cattolica il 9 maggio 2021 come martire della giustizia e anche della fede in “odium fidei”. La Chiesa ha riconosciuto, infatti, come la sua uccisione da parte della mafia non fu solo per ragioni criminali, ma anche perché la sua incrollabile fede cristiana era ritenuta una minaccia.

Ecco la descrizione che ne fece un suo vicino di casa, mafioso, ad Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, poi divenuto collaboratore: «Uno scimunito, un personaggio che andava in chiesa a pregare[…] un santocchio».

Diventata “reliquia”, la camicia che indossava il giorno dell’omicidio, in cui sono impresse le parole “Codice Penale” e “Vangelo”, è un oggetto in pellegrinaggio senza una sede fissa: si muove tra diverse diocesi, chiese e istituzioni in Italia e all’estero. 

La reliquia di Rosario Livatino al Ministero