Visori e IA, la scuola del futuro parte dal carcere
4 Dicembre 2025
Un visore che simula l’assemblaggio di un quadro elettrico, per permettere ai detenuti di imparare un mestiere. Parte dal settore elettrotecnico Folsom Freedom, progetto pensato per i reclusi che verrà esteso in altri ambiti e a supporto delle attività scolastiche in carcere. Il nome è ispirato a Folsom Prison blues, celebre pezzo di Johnny Cash che, il 13 gennaio 1968, interpretò proprio per i reclusi del penitenziario vicino Sacramento, in California.
Folsom Freedom è nato da un limite: portare negli istituti attrezzi per la formazione lavorativa è complicato. Questioni di sicurezza interna impongono rigidi controlli in entrata e, quindi, rallentamenti delle attività formative. Ma “nella realtà virtuale tutto è permesso”, dice a GNews Michelangelo Mochi, Ceo di DIVE srl. Nell’alta sicurezza degli istituti di Civitavecchia, Taranto e Genova, la start-up ha già avviato dei progetti pilota basati sull’assemblaggio dei quadri elettrici in ambiente digitale. Con il protocollo presentato oggi a Palazzo Chigi dai ministri Nordio e Valditara, e che coinvolge anche il Gruppo FS Italiane e Confindustria, la formazione con realtà virtuale verrà gradualmente estesa in altri penitenziari.
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Negli istituti l’utilizzo dei visori non è una novità. A Milano Opera sono già operativi e consentono di fare dei tour virtuali e avere tutte le informazioni utili per il primo ingresso. Ma il crush test di Folsom freedom nelle sezioni alta sicurezza ha fatto da apripista nel campo della formazione. “Abbiamo cominciato facendo lezioni a persone anche con più ergastoli, quindi senza una prospettiva di uscita – racconta Mochi. È andata benissimo, e anche gli insegnanti erano entusiasti di usare la realtà virtuale”.
E se per scuola e formazione il potenziale delle nuove tecnologie è altissimo, in carcere lo è ancora di più, perché abbatte le barriere, e non solo quelle relative alla sicurezza. “Per esempio – prosegue il Ceo di DIVE! srl –, un carcere potrebbe fare in contemporanea la stessa esperienza insieme a un altro: si possono fare delle classi virtuali con detenuti provenienti da più istituti” spiega Mochi. È poi in via di sperimentazione un avatar fatto con l’IA, che permette ai reclusi di fare lezioni senza docente, utili per ripassare quanto appreso.
La start-up collabora anche con il pastificio Futuro, azienda nata per dare prospettive di lavoro ai ragazzi dell’Ipm di Casal del Marmo. In quella manciata di giorni che li separa dal processo, alcuni di loro vengono formati. In circa 70 giorni imparano, in realtà virtuale, tutte le procedure per la produzione della pasta, in modo tale che siano pronti a lavorare in azienda.
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La realtà virtuale è anche conveniente: un visore costa 500 euro. Poco, e consuma poco. “Una volta installato un software e caricata la batteria, è possibile replicare una lezione di continuo, in qualsiasi ambiente, sia in cella che nello spazio di socialità”, spiega Mochi.
Con Folsom freedom si entra in una logica più strutturata, con l’obiettivo di evitare che chi sta per uscire dal carcere torni a delinquere, non avendo alcuna prospettiva lavorativa. “Si tratta di riuscire a creare un ponte tra il carcere e il posto di lavoro”, racconta il Ceo di DIVE! srl. “Cercheremo di fare dei corsi con delle aziende che ci diranno le loro esigenze, quanti e quali detenuti dobbiamo formare, per aprire alla possibilità dei fare dei corsi in qualsiasi campo”.
Una volta collaudata l’esperienza dei visori per la formazione nei penitenziari, il sogno di Mochi è utilizzarlo in tutte le scuole: “lo vedo con i miei figli, i ragazzi di oggi sono nativi digitali. C’è bisogno di una didattica nuova per cercare di entusiasmarli”.
Il lancio delle nuove tecnologie in carcere, anche per permettere ai reclusi di guardare oltre. Come il detenuto che, nella canzone di Johnny Cash, dalla sua cella vede i treni passare: “se mi liberassero da questa prigione e la ferrovia fosse mia, / scommetto che mi spingerei oltre / lontano dalla prigione di Folsom, che è dove vorrei stare / e lascerei che quel fischio solitario soffiasse via il mio blues“.