Natale in carcere, pranzo con chef e vip: “i primi al servizio degli ultimi”
17 Dicembre 2025
“Ci provo”. Lo dice spesso Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia, quando le si chiede di organizzare un pranzo di Natale in carcere all’ultimo momento. Ci prova, e ci riesce. È ormai un rito negli istituti: da 13 anni, l’iniziativa “L’ALTrA Cucina…per un pranzo d’amore” porta tavole imbandite e decorate, e pasti preparati da cuochi d’alta cucina e chef stellati. Quest’anno il pranzo si terrà domani, 18 dicembre, in 56 carceri; sono oltre 9mila i detenuti che verranno serviti da un centinaio di volti noti tra attori, artisti e musicisti; 1.300 i volontari impegnati.
“Sono i primi a servire gli ultimi, perché gli ultimi possano diventare per un giorno primi”. Così Marcella Reni spiega a Gnews il senso dell’iniziativa. Prima di imbarcarsi in quest’avventura, la presidente di Prison Fellowship era diffidente verso i detenuti: “come tutti, pensavo si dovesse buttare la chiave”. Reni è una notaia e lavora a Palmi, cittadina calabrese nella piana di Gioia Tauro. La prima volta, entra in un penitenziario per lavoro: “un giovane medico mi disse che il fratello, anche lui medico, era stato accusato di essere colluso con la ‘ndrangheta, quindi portato in carcere. Mi confidò che era innocente, e io dentro di me pensai ‘sì vabbè, lo dicono tutti’”. L’incontro con l’indagato la segna: “aveva gli occhi spenti, mi fece tanta tenerezza. E gli dissi che avrei pregato per lui”. Due anni dopo, il ragazzo esce dal carcere. Assolto perché il fatto non sussiste: è un caso di ingiusta detenzione. Da detenuto tenta più volte il suicidio, ma a distoglierlo è proprio il pensiero che qualcuno, là fuori, pregasse per lui. “Lì ho capito che il carcere ci riguardava, e ho iniziato a interessarmene”, dice Reni.
Ma gli incontri non finiscono qui. A incrociare la strada di Marcella Reni è Filippo La Mantia. In origine fotografo free lance, è lui che, da collaboratore di Letizia Battaglia, scatta le foto dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Poi, anche per lui, l’esperienza dell’ingiusta detenzione: viene accusato per l’omicidio di Ninni Cassarà. Per una sfortunata coincidenza, La Mantia è inquilino della casa da cui parte il colpo che, quel 6 agosto 1985, uccide il vicequestore di Palermo. Parte l’accusa, nonostante Filippo viva a Roma già da tempo. È Giovanni Falcone in persona a farlo scarcerare, la vigilia di Natale del 1986. Ma il carcere gli permette di sviluppare una passione che ha da sempre: la cucina.
Ed è con Filippo La Mantia che parte il primo pranzo di Natale in carcere. Nel 2012 l’oste-cuoco, come ama definirsi, cucina per le donne detenute di Rebibbia; al servizio, porta il suo amico Edoardo Bennato. Passa un anno, e l’iniziativa parte a Milano Opera. “Non ci siamo più fermati; Filippo ha coinvolto i suoi colleghi, poi abbiamo fatto un protocollo con un’associazione di chef, e da quel momento si auto-invitano”, racconta Marcella Reni.
“L’ALTrA cucina…per un pranzo d’amore” è ormai un passaparola anche tra direttrici e direttori delle carceri. Tutti chiedono che venga organizzato un pranzo di Natale nel proprio istituto. E il numero di penitenziari aderenti cresce a vista d’occhio: “l’anno scorso eravamo a 49 carceri, quest’anno siamo a 56. L’evento normalizza e rasserena i rapporti dentro i penitenziari”, dice Reni. Fino a questa edizione, l’iniziativa si era mossa sempre sotto Vicenza; quest’anno ci sarà il primo pranzo a Gorizia.

La cifra de “L’ALTrA cucina…per un pranzo d’amore” è anche la grande solidarietà di chi partecipa. Come quella di Niccolò Palumbo, chef del ristorante Paca a Prato, una stella Michelin, reclutato in fretta e furia qualche anno fa per preparare i pasti per i ragazzi dell’Ipm Meucci di Firenze. “È andato a cucinare per 17 giovani del minorile, dicendomi ‘lo faccio volentieri, perché voglio restituire un po’ della fortuna che la vita mi ha riservato’”. Il pranzo va bene, talmente tanto che “ormai l’Ipm di Firenze è appannaggio di Niccolò Palumbo”, racconta ridendo Marcella Reni. L’esperienza è positiva non solo per i giovani detenuti. “La direttrice mi disse che quei ragazzi non s’erano mai aperti così tanto come in quell’occasione. E Palumbo, che la sua brigata ne ha avuto un giovamento incredibile”.
Fulvio Pierangelini, due stelle Michelin, cucina da anni per i detenuti di Rebibbia. Corporatura imponente – “un omone”, dice Reni -, durante un’edizione del pranzo viene abbracciato da un detenuto che è la metà di lui. Si commuove. “Mi disse: ‘domani mi sposo, ma oggi non ho potuto non essere qui per dare una mano a questi sventurati’”, riporta la presidente di Prison Fellowship Italia. Piccole testimonianze, per far capire che non si tratta solo di cibo. “È l’abbraccio, la vicinanza; è il guardarli negli occhi e far sentire che il reato è reato, e le ragioni di sicurezza ci sono; ma non per questo cessano di essere uomini e, per chi crede, fratelli”.
Il pranzo si fa, nonostante i cambiamenti nella gestione delle attività trattamentali. Quest’anno il Dap ha più competenze nell’autorizzare questo tipo di eventi. “Abbiamo dovuto fare attenzione alle tempistiche nelle richieste, anticiparci; abbiamo temuto che molti pranzi saltassero, in verità no”, spiega Reni. Differenze ci sono poi tra le attività che coinvolgono i detenuti della media sicurezza e quelli dell’alta sicurezza. Per queste ultime, lo sforzo è maggiore: “il pranzo si fa comunque, ma in regime chiuso, quindi apparecchieremo sezione per sezione. A Spoleto, per esempio, avremo 14 tavoli allestiti in diversi luoghi, quindi abbiamo dovuto precettare più volontari”.
Il pranzo di Natale di Prison Fellowship è un evento anche per il personale di Polizia penitenziaria. I regali degli sponsor vengono consegnati alla direzione perché gli agenti possano godere delle festività anche dentro gli istituti. “Anche i detenenti sono detenuti”, nota Marcella Reni. “E fanno un lavoro incredibile. I più di quelli che conosco e frequento hanno una grande umanità; questo fa la differenza”.
Non mancano le sorprese. L’anno scorso, per il pranzo di Natale a Rebibbia, si sono presentati i calciatori della Lazio. Tra tifo e contro-tifo e autografi lasciati su tovaglioli di carta, i detenuti hanno apprezzato. “Per loro è sconvolgente che qualcuno ancora si fidi di loro, che lasci il lavoro e le sue cose quotidiane per andare a trovarli”, commenta la presidente di Prison Fellowship. Che conclude: “L’obiettivo della pena è questo, non c’è altro: se qualcuno dà loro speranza per il dopo. Se sanno che la società civile considera il carcere un luogo di rieducazione, e non solo di custodia”.