Palermo Pagliarelli: la lavorazione del latte e il mercato del lavoro

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È stato avviato, nelle giornate del 16 e 17 marzo, per i detenuti della Casa Circondariale Pagliarelli, un progetto formativo in materie casearie. L’iniziativa, dal titolo “La lavorazione del latte e i suoi derivati quale mezzo di crescita culturale e integrazione sociale dei soggetti limitati nella libertà”, proseguirà nelle date del 26 e 27 marzo e del 16 e 17 aprile.
Tre sessioni, in tutto, di due giornate ciascuna, aperte a gruppi di dieci-quindici partecipanti per ogni ciclo. La scelta di un addestramento aIle pratiche casearie è significativa, vantando, la Sicilia, un patrimonio di formaggi tipici, la cui eccellenza, riconosciuta a livello internazionale, poggia su un sistema allevatoriale di tipo estensivo, e su modalità di lavorazione conformi alle direttive dell’Unione europea.

Il programma didattico di ciascun incontro prevede la combinazione di un aspetto teorico con una parte dimostrativa e con un momento applicativo. A tale scopo, alcuni locali dell’istituto penitenziario palermitano sono stati trasformati in un vero e proprio laboratorio, con accesso all’acqua potabile, presenza di un lavabo, di uno scarico, di pareti lavabili, di un sistema di aspirazione e aerazione. Una struttura funzionale al proposito di un’offerta formativa di qualità. Come chiarisce, alla Regione Sicilia, Santo Caracappa, consulente scientifico dell’Istituto sperimentale zootecnico dell’isola, “quello che stiamo portando dentro il Pagliarelli non è una versione semplificata del processo: è una formazione strutturata, con protocolli precisi” (regione. sicilia.it del 24 marzo 2026).

L’obiettivo del percorso, promosso da commissioni distrettuali Rotary specializzate, in collaborazione con le istituzioni della Regione Sicilia, con la Coldiretti locale, e con l’Università degli Studi di Palermo, mira a dotare i detenuti di competenze certificate, utili nel mercato del lavoro, sia dentro che fuori i confini nazionali. Punto di forza e distinzione del progetto, rispetto a percorsi formativi simili, è il coinvolgimento di partecipanti stranieri, e l’intento di esportare le conoscenze nei paesi di origine dei detenuti. In particolare, si registra la presenza, nell’attività, di soggetti maghrebini, provenienti da zone in cui le pratiche casearie sono rudimentali e potrebbero beneficiare di nuove abilità. “Le competenze acquisibili sono direttamente trasferibili a contesti produttivi reali, incluse le aree mediterranee in cui la filiera casearia è ancora largamente artigianale e priva di standardizzazione”, conclude Caracappa.