Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 4. “Ponti”

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La redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti.

“Ponti”, come quelli che attraversano Venezia. E come il periodico, nato nel 2025 nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore, che conta oggi 12 redattori-detenuti, sotto il coordinamento del giornalista Massimiliano Cortivo. Con l’ultimo numero di maggio 2026, la redazione si amplia: a scrivere sono anche le donne detenute del carcere della Giudecca.

Ecco l’ultimo numero, che si può anche scaricare dal sito dell’associazione Granello di Senape o ricevere in formato cartaceo, come allegato alla storica rivista del carcere di Padova “Ristretti Orizzonti”.

 

“Prima recluso, ora libero. La rinascita parte da dentro”

di Nicola Nardin

Scrivere per descrivere un’esperienza da recluso e la successiva nuova vita da uomo libero, mettendo in luce gli aspetti positivi di un percorso così complesso, è un esercizio al tempo stesso difficile e spiazzante. La realtà carceraria è oggettivamente dura: se ai noti problemi strutturali e organizzativi degli istituti penitenziari si aggiungono le difficoltà personali, il quadro si complica ulteriormente. Trovare degli elementi positivi in un luogo destinato a saldare il proprio debito con la società – e che in Italia presenta di per sé tante criticità – non è affatto agevole. Eppure, l’ho sempre sostenuto, fin dal primo giorno in cui ho avuto la possibilità di ottenere l’affidamento in prova: è possibile trovare motivi validi per andare avanti. Anzi, paradossalmente, questa esperienza può rivelarsi significativa e persino utile.

A cosa mi riferisco? In primo luogo, al tempo. In cella si ha molto tempo per pensare e rivalutare ogni cosa. È un tempo prezioso che, un domani, sommersi dagli impegni e dai problemi quotidiani, non si avrà più. Un consiglio: non sprecatelo, quel tempo, che pare infinito, inesorabilmente scivola via e non torna. È il momento in cui si inizia a capire quali sono le vere priorità della vita. Lo si comprende soprattutto confrontandosi con chi ha più difficoltà, con chi affronta veri problemi: non avere di che vestirsi, non possedere più nulla o, peggio, non trovare nessuno all’altro capo del telefono. Vedere la sala visite desolatamente vuota, sapendo che nessuno ti aspetterà al fine pena, ti fa toccare con mano l’importanza degli affetti e ti costringe a rivedere i tuoi valori. Certo, la mancanza dei familiari e di tutti coloro che ti sono cari è una riflessione intuitiva, forse banale, ma è proprio in quei momenti che si ricalibra la prospettiva e si ridefiniscono le proprie priorità.

Un altro aspetto fondamentale riguarda le attività. Essendo entrato nel periodo del Covid, la vita carceraria era in uno stato di coma farmacologico: ogni tipo di attività era sospesa. Quando poi si sono allentate le misure sanitarie e le attività sono riprese, mi sono reso conto di come il carcere tornasse in vita, di come le giornate potessero trascorrere in modo completamente diverso. È un merito che va ascritto a tutti i volontari che interagiscono con questa realtà. Mi riferisco ai volontari del cappellano, a quelli del Granello di Senape e a tutti coloro che, attraverso corsi e attività organizzate permettono di far respirare ai reclusi un po’ di umanità e di mondo esterno. Come non rendere merito a tutti coloro che ogni giorno dedicano gratuitamente il loro tempo, quel tempo così prezioso a cui accennavo prima?

Il mio consiglio è uno: partecipate a tutte le iniziative, il più possibile. A volte possono sembrare banali, inutili o distanti dalla realtà in cui ci si trova a vivere, ma non è così. Prima o poi, ciò che si ascolta e si impara torna utile. Inoltre, il fatto di confrontarsi con persone che vengono da fuori e di parlare con i compagni di cose diverse dai soliti discorsi – fine pena, quando?, udienza, – ricorso – ti fa sentire meno “internato” e più parte del mondo.

L’esperienza del ritorno alla libertà ha due facce. Da una parte c’è il dover fare i conti con la società e con un mondo che, banalmente, è cambiato rispetto a quando l’avevi lasciato. Dall’altra, c’è la profonda revisione del proprio modo di vivere. Nella nuova vita e memori dell’esperienza vissuta, ci si rende conto che una serie di problemi che affliggono chi vive nel mondo esterno sono in realtà così banali e futili da poter essere affrontati con la serenità di chi sa cosa sia l’essenziale. Certo, bisogna fare i conti anche con il pregiudizio della gente, con i mormorii e le occhiate che dicono più di mille parole, ma quando hai una simile consapevolezza alle spalle, anche questo diventa un problema superabile.

Per quanto possibile, cerco di non dimenticare quanto ho vissuto e sto cercando di dare una mano, pur tra mille difficoltà, non abbandonando i fratelli che ancora non possono guardare l’orizzonte intero. La vita ti aspetta, ma non per sempre.

 

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