Anniversario disastro del Vajont: 63 anni raccontati in 10 numeri

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Il disastro del Vajont, considerato come la più grave sciagura provocata dall’uomo in tempo di pace nella storia contemporanea, ha una data e un orario precisi: 9 ottobre 1963, ore 22.39. In quel momento un’enorme frana si stacca dalla parete del monte Toc e precipita nel lago artificiale della valle del Vajont. L’immensa ondata provocata, 350-380 metri di altezza, raggiunge i paesi di Erto e Casso (Pordenone) poi si divide in due: la prima risale la valle, sommergendo i paesi di Pineda, San Martino e Le Spesse (Pordenone), la seconda parte oltrepassa la diga del Vajont e si riversa lungo la gola fino a Longarone (Belluno) distante più di un chilometro e mezzo.

Abbiamo scelto dieci numeri per ripercorrere i 63 anni esatti dal disastro.

260

i milioni di metri cubi di roccia e terra che si staccano dal Monte Toc (zona del Cadore bellunese) e precipitano nel bacino della diga del Vajont. L’impatto provoca la fuoriuscita di un’onda gigantesca, circa 50 milioni di metri cubi di acqua, che scavalca la diga e distrugge la vallata.

6-0

il risultato finale della partita di Coppa Campioni tra il Real Madrid di Di Stefano, Gento e Puskas e i Rangers di Glasgow. È la partita di calcio che gli abitanti di Longarone stanno vedendo in televisione nei bar del paese nell’attimo in cui la frana mostruosa comincia il suo percorso di morte.

1.917

le vittime del disastro, 400 delle quali risultano disperse, 895 le abitazioni e 205 le unità produttive andate distrutte.

640

i km di distanza tra il luogo della strage e L’Aquila, la città dove venne trasferito il processo. Due le cause dello spostamento: la legittima suspicione (ossia il timore che l’ambiente locale potesse condizionare l’andamento del processo) e pericoli legati all’ordine pubblico e alle tensioni provenienti dal territorio.

11

gli imputati nel primo processo che prende il via il 29 novembre 1968. La richiesta di pena è per ciascuno 21 anni per disastro e omicidio colposi. Il capocantiere, e imputato, Mario Pancini si suicida nel 1968 prima dell’inizio del dibattimento. Alla fine sono due i colpevoli: 5 anni per Alberico Biadene, ingegnere della SADE (Società Adriatica di Elettricità, poi assorbita da ENEL), e 3 anni e 8 mesi per Francesco Sensidoni, del ministero dei Lavori pubblici. A entrambi viene riconosciuto il reato di inondazione, aggravato dalla prevedibilità.

77

i miliardi di lire che SADE e Montedison (che subentra nelle responsabilità) pagano a titolo di risarcimenti. Gli indennizzi arrivano al termine dei processi civili che si concludono solo nel Duemila.

5.205

i documenti digitalizzati e inseriti negli atti processuali, disponibili gratuitamente. Il lavoro, durato 15 anni, rende possibile la consultazione online del fascicolo sulla piattaforma Archivio digitale.

3 milioni e mezzo

gli spettatori che il 9 ottobre del 1997 (giorno del 34° anniversario) seguono su Rai2 la diretta de Il racconto del Vajont di Marco Paolini, un’orazione civile sviluppata attraverso un monologo teatrale che – con un linguaggio semplice, a volte in dialetto, e con passaggi anche di natura ironica – ottiene un successo clamoroso e cambia la storia del teatro civile e dell’intrattenimento ‘impegnato’ in tv.

192

le pagine del libro Sulla pelle viva, scritto nel 1983 da Tina Merlin, giornalista de l’Unità che, inascoltata, scrive numerosi articoli per denunciare la situazione di pericolo creata dalla costruzione della diga. Nel 1959 – ossia 4 anni prima del disastro – Vittorio Cini, l’ultimo presidente della SADE, la fa denunciare dai carabinieri di Erto per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Tina Merlin viene assolta il 30 novembre 1960 dal giudice Angelo Salvini del tribunale di Milano in quanto il fatto non costituiva reato.

50

le parole che impiega Dino Buzzati, scrittore, giornalista e tante altre cose ancora – originario di quei luoghi – per descrivere l’accaduto: Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.