“Articolo 27”: cultura e rieducazione si incontrano al museo

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Attività culturali, formative e lavorative, sono al centro del progetto del MUSE – Museo delle Scienze di Trento – rivolto alle persone detenute nell’ istituto penitenziario di Spini di Gardolo. È denominato Articolo 27, perché, ispirandosi alla Costituzione, vuole ribadire la funzione rieducativa della pena, ponendo l’accento sulla riabilitazione del condannato. “Prima di operare per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio, i musei sono luoghi di incontro e confronto in cui ogni azione deve essere tesa a favorire una partecipazione quanto più possibile inclusiva”, dichiara a Vita Trentina, il 5 febbraio 2026, Massimo Bernardi, il direttore del MUSE.  L’iniziativa consente a chi è ristretto in un carcere di sviluppare nuove competenze, favorendo una preparazione utile al reinserimento sociale. L’intento, come chiarisce alla redazione del giornale Lucrezia Aielli, responsabile dell’area trattamentale dell’istituto penitenziario, è “restituire valore” a chi sta espiando la pena e, nello stesso tempo, offrire “un beneficio alla collettività”. Le attività in cui i detenuti vengono coinvolti creano opportunità lavorative, responsabilizzando i partecipanti verso la comunità.
Il programma, redatto in collaborazione con l’istituto penitenziario, con  CRVG  – Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia – del Trentino – Alto Adige, e con  APAS – Associazione Provinciale di Aiuto Sociale – di Trento, esplicita il valore più profondo dell’istituzione museale: “una comunità d’azione basata su forti competenze, che mette il passato e il presente in gioco per contribuire a realizzare un futuro migliore, anche quello che attende detenute e detenuti al termine della reclusione”, dice ancora Bernardi.

Maria Coviello, presidente dell’APAS di Trento, prendendo parte alla conferenza stampa del MUSE del 5 febbraio u.s. ha voluto ribadire l’importanza di un progetto in cui i detenuti, nel contatto con il mondo esterno e nell’acquisizione di competenze, possano “sentirsi parte della comunità in cui torneranno a vivere”.  Il museo, dunque, come si legge nel comunicato stampa del MUSE del 5 febbraio, si pone come spazio di possibilità, rivendicando alla conoscenza il ruolo di strumento di reintegrazione.
Nello specifico, il progetto si realizza attraverso due convenzioni complementari. La prima, con il carcere di Trento, prevede un impegno, qualificante e professionalizzante, dei detenuti in ambito botanico, un’attività volta alla cura degli spazi verdi del museo. Si tratta di persone  ammesse al lavoro di pubblica utilità, svolto fuori dal carcere, in forma volontaria e gratuita, come previsto dall’ordinamento penitenziario.
Il secondo accordo, stipulato con CRVG e APAS, contempla la presenza di detenuti in misura alternativa, o ammessi al lavoro all’esterno, nei processi produttivi del MUSE Fab Lab, l’officina di fabbricazione digitale del museo.

Attualmente, le persone che, grazie alle convenzioni con il mondo della Giustizia, prestano servizio presso il museo, sono tre, ma il proposito è di “integrare e aumentare progressivamente i numeri, nel corso del tempo”, come chiarisce l’educatrice della Casa Circondariale di Trento. Per quanto riguarda la convenzione con il carcere, in questa fase è coinvolto un solo detenuto, ma “l’obiettivo è di arrivare a dieci”, dichiara a gNews  Lucrezia Aielli.  In merito alla seconda convenzione, si registrano due partecipanti: una persona con obbligo di firma, e una che ha appena terminato il periodo di affidamento in prova ai servizi sociali.
Il fulcro dell’iniziativa, come ha testimoniato Lucia Fronza Crepaz, presidente di CRVG, in seno alla conferenza stampa del MUSE del 5 febbraio, è la “convinzione che un reinserimento sociale di valore passi attraverso la comunità e i luoghi che tutti frequentiamo ogni giorno”.