“Le cose che non possiamo dimenticare” per il Giubileo dei detenuti

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È un lavoro sulla memoria, per dare voce a chi vive o ha vissuto in carcere, quello che ha visto impegnati alcuni detenuti ed ex detenuti di Rebibbia nel laboratorio creativo guidato dall’artista Angelo Bonello e dal fotografo Guido Gazzilli.

Al centro dell’iniziativa, promossa dal Comune di Roma e finanziata dall’Unione Europea, vi è la realizzazione di un’opera audiovisiva monumentale: una croce a luce led, alta sei metri, che si accende come un’apparizione, posta all’ingresso della stazione della metropolitana di Rebibbia. Le storie dei detenuti si trasformano in immagini e sonorità, che occupano la superficie della croce, interagendo con i passanti.
La scelta richiama il tema spirituale a cui si collega l’installazione, presentata in occasione del Giubileo dei detenuti, che si svolgerà domani, 14 dicembre. Così, lo snodo dei trasporti più prossimo al complesso penitenziario diviene un’opera corale, che mette in dialogo chi è dentro al carcere e chi è fuori, attraverso una domanda: “Che cosa non dovremmo mai dimenticare”?
“Scorrono volti e parole che non chiedono indulgenza, ma solo ascolto, un taglio stretto nell’oscurità, attraverso cui i detenuti osservano il mondo, e attraverso cui il mondo osserva loro”, spiega Bonello, tra i maggiori rappresentanti della light art urbana.

La croce, che “non è un monumento alla fede, ma un varco aperto nello spazio urbano”, come chiarisce ancora l’artista, è il fulcro di un progetto che si realizza in tre giorni, dal 12 al 14 dicembre, con performance multimediali, incontri con esperti di giustizia, arte e inclusione, e mostre. Tra le altre esposizioni, un lavoro di Gazzilli, che, partendo da ricordi di oggetti e sensazioni, seleziona alcune immagini dal proprio archivio fotografico e le trasforma, attraverso i disegni e i testi dei detenuti, in nuove figurazioni. Le opere così realizzate, proposte in formato poster, restituiscono dalla “soglia del carcere” la visione di chi è recluso.

Nella giornata dedicata a coloro che sono privati della libertà, ma anche ai loro familiari, e a tutti coloro che operano nel carcere, sarà Amir Issaa, esponente della cultura hip hop, a chiudere le manifestazioni. L’artista proporrà una performance, dove, su uno sfondo autobiografico, si intrecciano tematiche legate alla detenzione, illuminate dal desiderio di riscatto di chi ha sbagliato. Perché, come dichiara ancora Bonello, “a volte basta uno sguardo per ritrovare l’umano”.