“Ritagli di libertà”: a Foggia la voce delle detenute attraverso l’arte tessile
15 Aprile 2026Sotto la guida di Daniela d’Elia, alcune donne detenute nella Casa Circondariale di Foggia hanno realizzato delle composizioni su tela, che saranno visibili all’esterno del carcere, nella mostra presentata, dal 15 al 26 aprile, al Museo Civico della città. “Dal 2017 collaboro con la sezione maschile del carcere di Foggia in un progetto di arte e poesia. Ma da tempo pensavo di voler realizzare qualcosa di interessante e coinvolgente con le donne ospiti della sezione femminile”. L’artista foggiana, curatrice dell’esposizione, presenta così, all’ANSA, l’ideazione del suo progetto, sostenuto dal Comune di Foggia, e da realtà del territorio, tra cui l’Inner Wheel Club della città, il Centro di Servizio al Volontariato di Foggia e l’Associazione Genoveffa De Troia.
L’esposizione è il risultato di oltre tre mesi di laboratorio, durante i quali d’Elia ha incontrato le detenute, una volta alla settimana, all’interno dell’istituto penitenziario. Il lavoro ha preso il via dalla storia delle donne, dai loro sogni, dalle loro speranze, dai loro obiettivi. I racconti personali sono diventati opere su tela, elaborate lavorando su stoffe e tessuti, con un’attenzione particolare alla sostenibilità, attraverso la predilezione per i materiali riciclati. Un cucito creativo, in cui ago e filo divengono mezzi di espressione e rielaborazione. “Non si tratta semplicemente di imparare una tecnica manuale, ma di dare forma a ciò che spesso resta invisibile”, spiega d’Elia alla Gazzetta del Mezzogiorno del 13 aprile 2026.
A essere esposto è un lavoro corale composto da dieci tele, tra le quali una realizzata dalla stessa artista; ogni tela, di un metro per un metro, è accompagnata da una didascalia esplicativa e riporta il nome dell’autrice. “Il progetto, che porta il carcere nella comunità esterna, è incardinato su un messaggio chiaro e potente: nessuno si salva da solo”, dichiara d’Elia all’ANSA.
A illuminare il progetto lo sguardo di Jean Patrick Sablot, che ha tradotto in immagini fotografiche il percorso artistico e umano delle partecipanti. Non si tratta solo di un’esposizione di opere d’arte: “ogni filo, ogni cucitura diventa racconto; ogni opera è un gesto di ricostruzione, una tensione verso il domani”, afferma la curatrice. “L’arte diventa, così, strumento di connessione, cura e trasformazione”, conclude.