Caso Cucchi, la verità di
Minichini: “Trattati da mostri”
27 Febbraio 2019
“Io mi sono trovato da innocente in una cupola, in una rete senza via di uscita che è stata architettata nei nostri confronti. Io non riesco ancora a capire come sia stato possibile”. A parlare in aula in Corte di Assise a Roma, durante il processo sul nuovo filone di inchiesta sui falsi e sui depistaggi legati alle condizioni di salute di Stefano Cucchi, è Nicola Minichini, uno dei tre agenti della Polizia Penitenziaria imputati nel primo processo per la morte del giovane romano, deceduto all’Ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009, e assolti con formula piena in tutti e tre i gradi di giudizio per non aver commesso il fatto.
Minichini, mai ascoltato in aula in questo processo, davanti al giudice ha ripercorso i dieci anni in cui lui e i suoi due colleghi della Penitenziaria sono stati “considerati” gli assassini di Stefano Cucchi. L’uomo davanti alla Corte d’Assise è un fiume in piena: “A un mio collega abbiamo tolto la pistola dalle mani, stava per compiere un insano gesto. Arrivare a vivere una cosa del genere per noi ha significato sprofondare nell’inferno più totale, non lo auguro a nessuno. Per settimane non sono potuto rientrare a casa perché avevamo i giornalisti sotto casa, a caccia di mostri. Sono stato rincorso da persone che guardando erroneamente le foto dell’autopsia mi chiedevano: “Come avete fatto a tagliarlo dalla gola allo stomaco?'”.
Minichini è ancora agente penitenziario, ma da anni è stato trasferito ad altro incarico. Parla in aula della vicenda che lo ha segnato profondamente, racconta dettagli, mostra la foto di Stefano per fare capire quanto sia stato difficile convivere con quel viso tumefatto e con l’accusa di omicidio.
Il giorno in cui Cucchi venne processato per direttissima e tradotto in carcere a Regina Coeli, venne consegnato nelle mani della Penitenziaria e quindi anche di Menichini: “Vidi Stefano Cucchi che camminava da solo ma a fatica, aveva dei lividi sul volto. Si sedeva a fatica e su un fianco. Rifiutò di spogliarsi davanti al medico e chiese una pillola perché aveva mal di testa, alla schiena e al fianco. ‘Come ti sei fatto questi segni?’ gli chiese il medico. E lui: ‘Sono caduto ieri sera dalle scale'”.
Il 22 ottobre, racconta Minichini, “arrivò la comunicazione che Stefano era morto presso il reparto detentivo del Pertini. Il 30 ottobre riferii al pm, il dottor Barba. Fu sconvolgente. Quando il pm interrogandomi parlò di calci e pugni, io non capii. Avevo visto dei lividi sul volto di Stefano Cucchi ma non ne conoscevo la natura”. Poi il vero inizio dell’incubo per Minichini: “Il 14 novembre arrivò l’avviso di garanzia, ma già dal giorno precedente il mio nome compariva in tutte le televisioni. Sul documento c’era scritto: ‘con calci e pugni dopo averlo fatto cadere in terra ne cagionavano la morte’. Da quel momento la mia vita e quella della mia famiglia è cambiata per sempre”.
(Dire)