Croma Falcone: dall’Ordinamento Penitenziario al GOM

Dipartimento amministrazione penitenziaria
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La storia del Gruppo Operativo Mobile (GOM) affonda le proprie radici in un percorso storico-normativo sviluppatosi nell’arco di oltre cinquant’anni, durante i quali il sistema dell’esecuzione penale ha progressivamente assunto un ruolo sempre più centrale nella strategia condotta dallo Stato nel contrasto alla criminalità organizzata.

L’evoluzione della legislazione penitenziaria dimostra come il carcere abbia progressivamente cessato di essere considerato esclusivamente come luogo di esecuzione della pena, per divenire un presidio avanzato di sicurezza, osservazione e prevenzione nel quale la gestione dei detenuti appartenenti alle organizzazioni mafiose costituisce parte integrante dell’azione di tutela dell’ordine democratico.

Il primo paletto fondamentale viene fissato con la legge 26 luglio 1975, n. 354, che approva il nuovo Ordinamento Penitenziario introducendo, attraverso l’articolo 90, la possibilità di sospendere temporaneamente le ordinarie regole del trattamento penitenziario in presenza di gravi ed eccezionali esigenze di ordine e sicurezza. Pur concepita come misura emergenziale, quella disposizione rappresenta il primo fondamento giuridico del futuro sistema detentivo differenziato.

L’espansione delle organizzazioni mafiose rende ben presto necessario un modello custodiale più evoluto. Così, nel 1977, nascono le prime carceri speciali, affidate alla direzione del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che sviluppa il progetto SICURPENA, destinato a segnare una profonda innovazione culturale nel sistema penitenziario. L’intuizione è destinata a modificare radicalmente il ruolo degli istituti: il carcere non viene più considerato soltanto luogo di custodia, ma ambiente privilegiato per l’osservazione delle dinamiche criminali, delle relazioni associative e delle strutture di comando delle organizzazioni mafiose. È da questa esperienza che nascono le prime forme di intelligence penitenziaria, grazie anche al prezioso lavoro svolto dagli appartenenti al Corpo degli Agenti di Custodia impegnati nelle attività di osservazione e raccolta informativa.

L’assassinio del Generale Dalla Chiesa e l’approvazione della legge Rognoni-La Torre del 1982, che introduce l’articolo 416-bis del Codice Penale, segnano un ulteriore passaggio decisivo nella costruzione dell’architettura normativa antimafia. L’anno successivo, il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Nicolò Amato avvia con una circolare la realizzazione dei primi circuiti di massima sicurezza, anticipando il moderno sistema dei circuiti penitenziari differenziati.

La successiva legge Gozzini del 1986 abroga l’articolo 90 dell’Ordinamento Penitenziario, trasferendone l’impianto negli articoli dedicati al regime disciplinare e, soprattutto, nell’articolo 41-bis, destinato negli anni successivi a diventare il principale strumento giuridico per impedire ai detenuti appartenenti alle organizzazioni mafiose di continuare a esercitare il proprio potere criminale dall’interno degli istituti penitenziari.

Una ulteriore svolta si verifica con la riforma del 1990 e l’istituzione del Corpo di Polizia Penitenziaria, al quale il legislatore attribuisce funzioni di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria. La riforma non rappresenta soltanto un cambiamento ordinamentale, ma segna l’inizio di un processo di crescente specializzazione professionale destinato a incidere profondamente sull’intero sistema dell’esecuzione penale.

Negli stessi anni matura la visione investigativa del magistrato Giovanni Falcone, fondata sulla centralizzazione delle informazioni, sul coordinamento delle strutture investigative e sulla specializzazione degli operatori dello Stato. Principi che avrebbero trovato piena applicazione anche nell’organizzazione della Polizia penitenziaria e nella futura evoluzione del Gruppo Operativo Mobile.

Le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992 determinano un definitivo cambio di paradigma. Con il decreto-legge n. 306 del 1992 viene introdotto il comma 2 dell’articolo 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario, che trasforma il regime differenziato nel principale strumento finalizzato a interrompere i collegamenti tra i detenuti mafiosi e le organizzazioni criminali operanti all’esterno degli istituti. L’obiettivo non è inasprire la pena, ma neutralizzare la capacità di direzione e di comunicazione delle strutture mafiose anche durante la detenzione.

Un sistema tanto specialistico, tuttavia, aveva bisogno di reparti altamente qualificati. Così, dall’esperienza maturata con il progetto SICURPENA nasce prima il Servizio di Coordinamento Operativo della Polizia Penitenziaria (S.C.O.P.P.), primo organismo centrale dedicato al coordinamento dei circuiti speciali – al cui sviluppo contribuisce in maniera determinante il Generale degli Agenti di Custodia Giuseppe Ragosa – e successivamente, nel 1997, il Gruppo Operativo Mobile, inizialmente costituito in via sperimentale come reparto specializzato per la gestione dei detenuti sottoposti ad alti livelli di sicurezza.

Con i decreti ministeriali del 1999 il GOM acquisisce un proprio ordinamento e viene istituito l’Ufficio per la Gestione e l’Amministrazione dei detenuti ad elevato indice di Pericolosità (UGAP), dedicato alla gestione del circuito detentivo speciale. Il definitivo riconoscimento legislativo giunge con la legge 15 luglio 2009, n. 94, che affida espressamente ai reparti specializzati della Polizia penitenziaria la custodia dei detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41-bis, consacrando sul piano normativo una realtà organizzativa ormai consolidata.

L’evoluzione si completa infine con il Decreto Ministeriale 30 luglio 2020, che amplia significativamente le attribuzioni del Gruppo Operativo Mobile, chiamato a svolgere non soltanto funzioni di custodia, ma anche attività di osservazione dinamica, monitoraggio, raccolta informativa, raccordo operativo e analisi criminale. Un modello evoluto di intelligence penitenziaria che costituisce un fondamentale supporto alle decisioni dell’Amministrazione Penitenziaria e dell’Autorità giudiziaria. Un modello, insieme al pacchetto di norme che regolano il regime detentivo speciale  che da tempo molti Paesi europei ed extraeuropei vengono a studiare e adottano per contrastare le grandi organizzazioni criminali transnazionali fin dall’interno delle carceri.

Per questo, il percorso evolutivo del GOM rappresenta la naturale prosecuzione di un’intuizione maturata mezzo secolo fa: considerare il carcere non soltanto come luogo di esecuzione della pena, ma come presidio strategico nella prevenzione e nel contrasto alla criminalità organizzata. Un principio sintetizzato dall’idea di “osservare per conoscere, conoscere per prevenire, prevenire per impedire”, che continua a ispirare l’azione quotidiana del Reparto.